Intervista a Lorenza Fruci: la bellezza di essere femmina

di Paolo Bianchi

Lorenza Fruci è giornalista, scrittrice e autrice. Ha pubblicato diversi racconti, saggi e biografie tra cui “Mala femmena. La canzone di Totò” (Donzelli 2009), “Burlesque. Uno spettacolo chiamato seduzione” (Castelvecchi 2011), “Betty Page. La vita segreta della regina delle pin-up” (Perrone 2013), “Lei ed Io. Ritratti a parole e immagini della femminilità” (Cultura e dintorni 2015). E’ autrice e regista dei documentari “La Zibaldina. Una storia di crowdfunding” (classificatosi secondo al Premio Chiara Baldassari 2013), “Burlesque. Storia di donne” (2014) in concorso al RIFF 2015 nella sezione National Documentary Competition, distribuito da Berta Film, e “Danceability” (2015). Si occupa prevalentemente di temi al femminile, costume, spettacolo e cultura, collaborando con varie tv, testate, festival, eventi e rassegne.


Paolo: Lorenza, sei considerata anche da molte performer tra le massime esperte di burlesque in Italia. Ma che io sappia non sei una performer, da dove nasce quindi questo tuo forte interesse e come e quando è avvenuto il tuo primo incontro con il burlesque?

Lorenza: Sono una giornalista e il mio interesse nei confronti del burlesque è nato per motivi professionali. Ne ho intuito il significato come fenomeno di costume e a partire da questo ho scritto un libro che ne ricostruisce la storia, l’evoluzione e la rinascita fino ai nostri giorni, quando, tornando in auge come forma di spettacolo, ha proposto anche un nuovo modello di donna che mi piace definire un “no-modello”. Il burlesque infatti pone l’accento sull’unicità di ogni donna e sull’ironia come arma di seduzione. Più che un’esperta sono una giornalista che ha interpretato un fenomeno attraverso i suoi mezzi. Il primo spettacolo che ho visto dal vivo è stato della compagnia americana Cabaret New Burlesque al Napoli Teatro Festival nel 2008 dove c’era tutto quello che è il burlesque: autoironia, messa in scena, storie, femminilità, seduzione, fisicità, presenza scenica, nuovo femminismo, boylesque… Il burlesque è un contenitore di show che diverte, coinvolge e racconta di donne fiere della propria autodeterminazione.

Paolo: Secondo il tuo autorevole parere: può dirsi che in Italia esista una vera e propria scena burlesque o siamo ancora in una fase di tentativo, viste le innegabili differenze culturali tra noi e l’estero?

Lorenza: Direi che in Italia più che una scena burlesque ci siano tante brave performer, ognuna con il proprio stile, che all’estero non esportano propriamente un “burlesque all’italiana”, se così si può dire… All’estero c’è molta più identità “nazionale” negli spettacoli. Sarebbe stato interessante vedere un “nostro” burlesque che avesse preso la sua identità recuperandola dai nostri varietà, dal cabaret e dalla rivista, rivisitando e dando una seconda vita a questi generi.

Paolo: Ritieni che il burlesque così come rappresentato oggi sia una manifestazione artistica autenticamente moderna o, di fatto, principalmente una rievocazione “vintage” di un qualcosa che trovava il suo senso nel passato?

Lorenza: Credo che nella differenza tra il “classic burlesque” e il “new burlesque” ci sia la risposta alla domanda. Il burlesque oggi è entrambi i generi: il primo rievoca il vintage, il secondo coniuga la contemporaneità con il passato. Quando si assiste ad uno spettacolo di burlesque ben concepito, cioè che dà spazio a entrambi i generi, è interessante vedere come quest’arte permetta ad ogni performer di trovare il proprio universo da raccontare, passato o presente che sia. Dà libertà. Ultimamente poi trovo molto interessante il performing-burlesque che sfrutta il burlesque come occasione per realizzare delle perfomance d’arte. Da un punto di vista sociale credo che oggi il burlesque abbia un suo senso: propone una femminilità più genuina e autentica, imperfetta, senza modelli di riferimento, quindi molto utile per le donne per aiutarle a sentirsi a proprio agio con se stesse.

"Burlesque. Storia di donne", documentario del 2014 di Lorenza Fruci

Burlesque. Storia di donne“, documentario del 2014 di Lorenza Fruci

Paolo: A quali dive italiane e internazionali ti senti più legata personalmente e a quali la scena burlesque dovrebbe a tuo parere essere più grata?

Lorenza: Non mi sento legata a nessuna diva, non amo il divismo. In passato è servito a creare miti che di fatto erano costruzioni. Oggi, non per niente, non esistono più le dive, né i divi. O almeno in Italia, l’America prova ancora a crearli. Per quanto mi riguarda sono figure fuori dal tempo e rimandano a epoche passate. Al contrario oggi apprezzo molto le “antidive”, una su tutte la performer americana Dirty Martini che ha fatto del suo corpo non standard una sorta di bandiera del suo pensiero sul burlesque come nuovo movimento femminista. In Italia la scena burlesque dovrebbe essere grata, e lo è, a Maria Campi, la “diva” appunto del varietà italiano che inventò la “mossa” e Monica Vitti, grandissima professionista.

Paolo: Da scrittrice e giornalista, in che modo ti sei dedicata con il tuo lavoro al burlesque e alle sue protagoniste? 

Lorenza: Nel 2011 ho scritto il saggio “Burlesque. Uno spettacolo chiamato seduzione” (Castelvecchi) che ricostruisce la storia di questo genere di spettacolo analizzandolo anche come fenomeno socio-culturale. Nel 2014 invece ho realizzato il documentario “Burlesque. Storia di donne” (click qui per il trailer) sulla storia personale di alcune performer italiane che per il burlesque hanno cambiato vita, rinunciando anche a contratti di lavoro a tempo indeterminato. Mi sono sembrate delle scelte di vita molto forti legate alla necessità di esprimere se stessi fino in fondo. Nel 2015 il docufilm è stato in concorso al festival romano RIFF nella sezione National Documentary Competition e a breve passerà in tv distribuito da Berta Film. Poi nel 2013 ho scritto la biografia della più famosa pin-up d’America “Betty Page. La vita segreta della regina delle pin-up” (Perrone), annoverata erroneamente tra le dive del burlesque. In realtà ha girato solo dei video ma non è mai stata una performer, era una fotomodella; di certo aveva spirito burlesque. Ho trattato il tema burlesque perché lavoro molto e da tempo sulla femminilità e le storie di donne.

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Il burlesque in Italia: incontro con Candy Rose

di Paolo Bianchi

Il Salotto Erotico Italiano ha scelto di dedicare molto spazio al fenomeno e all’arte del burlesque in Italia, dedicando diverti articoli al tema. In questa occasione abbiamo avuto la fortuna di incontrare – e di farvi conoscere – Candy Rose, artista poliedrica e versatile che in un breve scambio di opinioni ci ha offerto la sua visione e suggerito il suo sentimento nei confronti di quest’arte al tempo stesso antica e moderna.


Paolo: Come è avvenuto il tuo incontro con il mondo del burlesque?

Candy: Il mio incontro con il mondo del burlesque è avvenuto guardando un intervento di Eve La Plume in TV: è stato folgorante ed immediatamente pensai “E’ quello cheo voglio fare!!!”, e in effetti poi quello ho fatto. Il cammino è stato tortuoso a tratti, ma alla fine eccomi qua! 

Paolo: Cosa pensi della scena burlesque italiana e come ti ci senti dentro?

Candy: Penso che sia ancora in una fase crescita, in crescita continua. Negli anni sono nate molte realtà interessanti in diverse città – penso, ad esempio, a Napoli, Verona e Treviso – che hanno aggiunto qualità e vivacità ad una scena che fino a poco tempo fa era incentrata principalmente su Roma e Milano. Ritengo sia importante che quest’arte varchi i confini delle nostre metropoli per ritagliarsi il proprio spazio anche in realtà più piccole, ma certamente stimolanti. In questo contesto della scena burlesque italiana io mi sento bene e a mio agio, ho grande ammirazione per le mie colleghe che come me lavorano ogni giorno per portare il burlesque a livelli di qualità sempre più alti.

Paolo: Qual è stata la tua massima soddisfazione, nel corso della tua carriera di performer burlesque?

Candy: La mia massima soddisfazione sta tutta nel guardare gli occhi compiaciuti del pubblico, non c’è nulla più di questo per un’artista! È in quegli sguardi pieni di ammirazione che trovo la forza per continuare e fare sempre meglio.


Il sito web ufficiale di Candy Rose

La pagina Facebook ufficiale di Candy Rose

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La dea Venere sumerica (Inana) ed assiro-babilonese (Ishtar): l’attrazione degli opposti

di Pietro Mander

Il prof. Pietro Mander in una pausa dallo studio

Il prof. Pietro Mander in una pausa dallo studio

Pietro Mander, nato a Roma il 12 aprile del 1946, figlio di Francesco, direttore d’orchestra e di Anna Maria Matteoda pianista, ha conseguito la maturità classica al liceo Giulio Cesare di Roma nel 1964 e si è laureato alla Sapienza nel 1974 con una tesi su testi cuneiformi ittiti. Vincitore di borsa di studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche e poi Ricercatore, ha lavorato alla Sapienza presso l’Istituto del Vicino Oriente Antico, collaborando alle ricerche del Prof. Giovanni Pettinato, titolare della cattedra di Assiriologia. Nel 1992, fino al pensionamento, nel 2011, ha insegnato presso l’Istituto Orientale di Napoli (poi: Università di Napoli “l’Orientale”) prima “Religioni del Vicino Oriente Antico” e poi, dal 1998, “Assiriologia”. Oltre ad aver pubblicato oltre 130 titoli, fra monografie, articoli e voci d’enciclopedia, è intervenuto nella pubblicistica divulgativa. Suo interesse primario è lo studio del fenomeno religioso, considerato nei suoi aspetti culturali più ampi. Ricordiamo:

  1. I Sumeri, Carocci editore, le bussole 284, Roma 2007
  2. Les dieux et le culte à Ébla, in: del Olmo Lete G. (ed.), Mythologie et Religion des Sémites Occidentaux. Vol. I: Ebla, Mari. Orientalia Lovaniensia Analecta 162, Peeters Publishers, Leuven 2008, pp. 1-161.
  3. La religione dell’antica Mesopotamia, Carocci, Quality paperbacks 290, Roma 2009

e insieme a

  1. Luciano Albanese, La teurgia nel mondo antico, ECIG, Genova 21011
  2. Loredana Sist, Introduzione alle scienze nel Vicino Oriente Antico, Studi superiori, Carocci, Roma 2014

Prima dell’alba può capitare di vedere un astro luminosissimo, che, procedendo proprio su quello che sarà il percorso del sole – gli astronomi lo chiamano eclittica – sembra annunciarne l’incipiente splendore: sembra vibrare di furore guerriero, mentre sale baldanzoso nel cielo notturno, che comincia appena appena a rischiararsi ad oriente. Dopo il tramonto, invece, in altri giorni, lo stesso luminosissimo astro sembra chiudere la giornata, come una retroguardia della luce nella notte incombente, che si chiude dopo di lei.

È lei – o forse lui, ora vedremo –: l’astro del pianeta Venere, che era identificato dai Sumeri con la dea Inana e dagli Assiro-babilonesi con la dea Ishtar. Erano due, le Ishtar: quella del mattino era la “Ishtar barbata”, a sottolinearne l’aspetto attivo, di avanguardia del sole nel mettere in fuga le tenebre; l’altra era propriamente femminile. Lucifero ed Espero.

Ma questi sono dettagli: il paradigma che emerge da queste facili osservazioni stellari è la funzione di un astro, il più splendente di tutti, posto fra luce e tenebre, quasi un ponte fra le due realtà opposte.

E difatti, i sacerdoti della dea – i gala (Sumerico) / kalû (Assiro-babilonese) – vestivano abiti femminili pur essendo uomini, e cantavano lamentazioni in modalità propria delle donne, allorché erano richiesti per riti purificatori o per pacificare altre divinità irate. Maschio e femmina. Puro ed impuro. Pace ed ira: la dea ha sempre operato per congiungere gli opposti, passando da uno all’altro; ma la congiunzione avviene per attrazione, e questa è la peculiarità della dea.

Quando il demiurgo mette in ordine l’universo, affidandone i singoli settori alle varie divinità, Inana è esclusa, e si ribella; in un altro mito, lei seduce il demiurgo e gli trafuga le essenze cosmiche che danno il controllo del vivere civile [1].

La dea Inana. Fra le sue ali spuntano i raggi luminosi. Tiene un felino, suo simbolo, ed una mazza da guerra. In alto a destra il sole

La dea Inana. Fra le sue ali spuntano i raggi luminosi. Tiene un felino, suo simbolo, ed una mazza da guerra. In alto a destra il sole

La dea Inana / Ishtar è protagonista del complesso mitologico e rituale costituito dall’insieme dei canti sulla vicenda del suo amore per il pastore Dumuzi / Tammuz. Questi, dopo le nozze con la dea stessa, fu trascinato agli inferi dai demoni [2]. In un altro mito, di cui sono note due versioni, una sumerica e l’altra assiro-babilonese, la stessa dea Inana / Ishtar rimane intrappolata negli inferi, da cui esce fortunosamente.

Si è voluto vedere in questo complesso mitico-rituale la versione mesopotamica di un mito di fertilità, in quanto la rinascita primaverile della vegetazione sarebbe stata rappresentata dal risorgere di Dumuzi / Tammuz dagli inferi, così come da quello di Inana / Ishtar nell’altro mito.

In realtà Dumuzi / Tammuz non è mai detto risalire dagli inferi, se non occasionalmente, per catturare gli spettri che proprio dagli inferi fossero evasi. L’aspetto che invece è dominante riguarda l’identificazione del re con Dumuzi / Tammuz – almeno in certe epoche, le più antiche – durante i riti dello hieros gamos, le nozze sacre. In esse il re si congiungeva alla dea, ricalcando il tema mitico, e, grazie a quest’unione, era in grado di convogliare in terra, nel suo regno, la benefica forza divina che gli era discesa da Inana / Ishtar. Effetto di tale irradiazione sarà l’abbondanza e il benessere di tutto il regno.

Non sappiamo come si svolgessero questi rituali: se il re si limitasse a dormire nel tempio della dea, o se si congiungesse effettivamente con una sua sacerdotessa, o se lo facesse solo ritualmente con una statua che la rappresentasse.

Notevolmente esiste tutt’oggi un rituale, detto daijōsai, abbastanza simile, celebrato nel palazzo imperiale giapponese nell’ambito dei rituali di consacrazione del nuovo imperatore. Il rituale è mirato ad assicurare abbondanti raccolti di riso. Jerrold S. Cooper, un eminente assiriologo americano, cercò informazioni, proprio mentre studiava questi riti sumerici; era il 1989 e Akihito succedeva sul trono imperiale al padre Hiro Hito. Ebbene, l’Agenzia Imperiale non rilasciò particolari. Commentando questo riserbo, Cooper osservò che, se non era possibile reperire informazioni su un rituale del 1989, non avremmo dovuto sorprenderci se non fossimo riusciti ad ottenerne su rituali consimili celebrati nel III millennio a. C.! [3]

Non di mito di fertilità si tratta, quindi, ma di ritualità connessa alla funzione regale, ovvero della funzione “pontificale” del sovrano, in quanto “ponte” fra il Cielo degli dèi, di cui fa parte Inana / Ishtar, ed il mondo degli uomini, di cui egli, in quanto re consacrato, rappresenta la cuspide.

Nuovamente abbiamo qui la dea quale intermediaria capace di unire con l’attrazione due domini diversi: quello divino e quello umano.

In questo senso è corretta la concezione che vede nel complesso mitico-rituale di Inana / Ishtar e Dumuzi / Tammuz l’antesignano di un percorso relativo alla concezione di un’anima immortale, protesa alla risalita verso quel Cielo divino da cui è caduta nel mondo della generazione e del divenire [4]. Lo stesso percorso che passò per i Misteri, come quello di Eleusi, per giungere alle concezioni dell’anima caduta nel mondo corporeo, opera di un creatore malvagio. Apice di questo percorso fu la Gnosi nella tarda Antichità.

Infatti il re nell’antica Mesopotamia rappresenta il prototipo di uomo realizzato, capace di congiungersi col Divino: non a caso, in epoca sumerica, abbiamo testimonianze di sovrani tramutatisi in astri dopo la morte.

Coerentemente, la natura umana riflette questa concezione. Ogni persona viene al mondo generato – prima che dai suoi genitori umani – da un dio ed una dea particolari; questa dea, chiamata ištaritu (nome composto con “Ishtar”) esprime le caratteristiche della persona, le sue inclinazioni individuali [5]. In questo senso funge da unione tra il principio maschile divino (paragonabile al nostro Angelo Custode) e le componenti animiche e corporee della persona.

La dea Inana / Ishtar riceve un'offerta (libagione) da un devoto.

La dea Inana / Ishtar riceve un’offerta (libagione) da un devoto

Può sorprenderci, ma la dea Inana / Ishtar era cantata ed esaltata come “la grande prostituta”. Sappiamo che esisteva una classe di sacerdotesse ierodule, ma siamo all’oscuro di come si svolgessero i rituali in cui erano impegnate. Devono essere ben tenute distinte dalle prostitute “commerciali”, in quanto la loro funzione era nettamente sacrale. Forse qualcosa di simile doveva esserci nel recinto del tempio etrusco di Pyrgi, l’attuale Santa Severa, nel comune di Santa Marinella, in provincia di Roma; d’altronde la prostituzione sacra è ben testimoniata in India, ancora ai giorni nostri, soprattutto nel Tantra. L’indirizzamento della forza sessuale verso il Divino, deviandola dalla sua meta fisiologica, è pratica comune a molte culture, antiche e moderne.

E, a proposito di un non menzionato orgasmo, chiudo questo intervento ricordando l’ebbrezza. Anche questa rientra nell’ambito di Inana / Ishtar, sia l’ebbrezza alcolica sia quella guerriera [6].

Ci sono pervenuti canti che esprimono il lato sacrale del mestiere del birraio, e in essi risulta dominante il ruolo di Inana: infatti essa lega tra loro due diversi stati di coscienza, quello dell’ebbro e quello del sobrio.

Ugualmente ad Inana / Ishtar spetta il ruolo guerriero – si pensi alla “Ishtar barbata” – per via del furor, lo stato psichico che s’impossessa del combattente. Non a caso, nell’antica Roma, dove questa realtà era conosciuta bene, non potevano entrare in armi nella città le legioni reduci dalle campagne militari.


[1] P. Mander, I Sumeri, 117-118, 133; La religione dell’antica Mesopotamia, 74-76

[2] La traduzione di questi canti, accompagnata da un saggio esplicativo, è pubblicata in: P. Mander, Canti sumerici di amore e morte, Paideia, Brescia 2005.

[3] Cfr. Mander, Canti sumerici, cit. p. 37

[4] Ugo Bianchi, Selected Essays on Gnosticism, Dualism and Mysteriosophy, Brill, Leiden 1978: 154-171.

[5] Mander, La religione, cit., pp. 62-65

[6] P. Mander, Joy and Exhilaration in the Literary Texts from Mesopotamia. MING QING YANJIU (2003-2004), pp. 253-269 (formato .pdf in academia.edu)