Luca De Nardo: fotografare oltre l’erotismo

di Paolo Bianchi

Luca De Nardo. Classe ’67, si avvicina professionalmente alla fotografia nel 2013, affrontando diverse tematiche di ricerca artistica, dal ritratto al nudo, fino alla fotografia erotica. Lavora anche nel settore commerciale, editoria, fashion e style life, nonché nella fotografia Still e industriale. Ha collaborato con importanti testate, tra le quali Playboy, Fluffer Magazine, Men’s Health. Ha realizzato pubblicità uscite, tra le altre, su Glamour, Vogue, GQ.

Paolo: Il tuo ultimo progetto fotografico-artistico – dal 19 giugno al 31 luglio in mostra a Napoli – si intitola “NINE; oltre l’erotismo“. Perché e in che senso “oltre l’erotismo”?

Luca: Ebbene, partiamo dai primordi. Erotismo, parola abusata, termine bistrattato, concetto lacerato, usato a proprio uso e consumo, dalla società e dai singoli individui che la compongono.
Ergo, ricomincio da zero, anzi, vado oltre e forse ricomincio da zero.
Oggi definire un progetto fotografico e assegnare l’etichetta di erotismo, anche se lo è, è sminuente, ma non per il significato originario, ma per come esso è inteso. Purtroppo ci dimentichiamo troppo spesso che “L’erotismo è puro stato mentale”. L’erotismo è frutto di una relazione tra le parti, dove parti potrebbero essere due persone, o semplicemente frutto di un incontro/scontro tra i due lati dell’io intimo. Personalmente sono molto legato al pensiero aristotelico dove il tema dell’eros nella sua accezione di amore sessuale e di amicizia viene inteso in un senso ampio come il legame interpersonale che realizza la teleia philia, la perfetta amicizia: quel rapporto nel quale uno ama l’altro per quello che è “in se stesso” o “per se stesso” cercando di operare per il suo bene.
Quale migliore definizione per percepire il valore reale dell’erotismo? “Nel quale uno ama l’altro per quello che è in se stesso o per se stesso, cercando di operare per il suo bene”.
Erotismo in quanto processo, atto, divenire per e con gli altri e con noi stessi. E’ questo il punto di partenza, o come in un cerchio, oltre l’accezione comune per ricominciare da zero.
Per fare questo ho cercato di distruggere, annientare, annullare tutti quegli elementi che facilmente riconducono a strade interpretative errate, distruggendo corpi, materia, tempo, luci, colori e proseguire in una ricerca disperata per dare una nuova strada interpretativa e percettiva in un raccontare ad immagini, assegnando nuovi pesi, nuove misure, nuovi colori, nuoni odori o nuovi suoni, nuovi gusti e nuovo tempo, quest’ultimo dilatandolo, allungandolo, assegnandogli inconsistenza per raccontare in ogni singolo scatto un primo, un mentre, un dopo.
Un vedere oltre, dove l’atto supremo sarebbe un nuovo percepure il tutto con i sensi disponibili. Perché il nostro primordiale modo di dialogare con noi stessi e con il mondo esterno passa attraverso un tutto, e non solo con canali stretti e impervi, in cui la nostra mente gioca un ruolo determinante.

Paolo: Dove si pone in fotografia la soglia tra nudo artistico ed erotismo?

Luca: Due cose completamente diverse. Per me non si sfiorano neanche. Qui siamo sempre nell’uso dialettico e semantico della parole e dall’uso improprio di esse. Il nudo artistico racconta il contenitore, il corpo in quanto materia, l’erotismo, lo stato mentale. Due cose diametralmente opposte.
Se nella prassi della società li vede affiancati o vicini, è solo perché nella percezione comune esiste un denominatore comune quale il nudo. Ricordo però che la fotografia erotica o l’erotismo raccontato ad immagini non necessita per forza del nudo. L’erotismo può essere raccontato anche con un ritratto e senza nudo.

Paolo: Tu che hai una idea così chiara di cosa l’erotismo davvero sia e non sia, quanto lasci la modella libera di interpretare e contribuire alla creazione artistica e in che misura sei quindi autore dell’immagine?

Luca: Permettimi di dire che l’idea chiara che ho riguardo l’erotismo è strettamente personale. Io la penso così e detto questo non vuole dire che sia assoluta, universale e debba essere accettata da tutti. Credo, tuttavia, che se l’erotismo lo si concepisce, percepisce e vive in questo modo, esso assume tutt’altro sapore. Detto questo, torno alla domanda che avrebbe bisogno di una risposta pari ad un intero libro.
Cercherò di essere breve. Premessa: la fotografia è ascrivibile ad una forma d’arte e come tale deve essere vissuta. Ergo, anche il processo artistico si sviluppa nelle sue formulazioni magiche. Nella fattispecie quando si pensa alla fotografia erotica, in tanti pensano che creare immagini erotiche sia facile: basta prendere una bella donna, usarla come un manichino, metterla nuda e magari farle aprire le gambe. Peccato che ritrarre l’erotismo, diversamente da altri generi fotografici, gli attori coinvolti sono due, e … (rivelazione assoluta) fotografare l’erotismo significa realizzare fotografia di ritratto. Sviluppo: se è dunque vero che la fotografia è una forma d’arte, essa implica un processo artistico. Dunque, si deve sapere cosa voler dire, cosa raccontare, cosa rappresentare, cosa espellere dal proprio io una volta percepita la realtà vissuta o la realtà del proprio io (a seconda dell’attore). Ricordo (fino allo sfinimento) che la foto è l’immagine di una idea.

IDEA -> IMMAGINE -> FOTO

Ma in tutto questo, come già anticipato nella premessa, i partecipanti al processo artistico, gli attori (i mondi) coinvolti, sono due. 
C’e’ chi deve percepire se stesso/a ed emettere la propria luce (ovvero la persona ritratta) e chi invece deve percepire la realtà palesata, interpretandola, vivendola, bevendola, ingoiandola ed espellendola attraverso una immagine (il ritrattista). Nessuno dei due è più importante. L’uno non può fare a meno dell’altra. E non vale neanche dire che entrambe hanno un peso pari nel processo creativo, bensì hanno un pari peso al loro “TUTTO”.
In altre parole devono categoricamente mettere in campo il 100% di se stessi per sperare di ottenere una immagine che abbia un peso pari a 100.
Sono due mondi che si incontrano, che interagiscono, che si confrontano, che diventano qualcosa di diverso, che sviluppano e condividono una idea, un processo, un essere se stessi, un modo di vedere e vivere. L’uno diventa l’altro, in una fusione di percezione. C’e’ chi emette (se stesso) c’e’ chi percepisce. Uno emette, l’altro interpreta.
La domanda che dunque pongo è: come posso io fotografo dire ad una donna, che deve rappresentare il proprio intimo erotismo, come essere se stessa? Chi sono io dunque a poter raccontare la posa, la percezione del proprio corpo, la sensazione del proprio piacere nel rappresentare l’erotismo e la sensualità che caratterizza una donna?
Al massimo posso rendere disponibile come fotografo la mia esperienza, posso raccontare i 1000 mondi femminili che ho visto, percepito, raccontato, ma non posso entrare nel merito di quel mondo (anzi, di quell’universo) unico, irripetibile assoluto come quello che è nascosto dentro ogni diversa donna.
Posso adoperarmi come “attivatore”, affinché sia in grado di esprimere ed emettere tutta quella luce che ha nascosto, celato dentro se stessa, schiacciato per tanto tempo, perché educazione, famiglia, religione, società gli hanno imposto di annullare e non raccontare; scelta (quelal di non palesare) peraltro imposta e non in quanto liberamente scelto per libere convinzioni.
Il mio compito in quanto fotografo è quello di creare all’interno del mio io una idea, proiettare una immagine, che racconterò alla persona ritratta, ma poi il compito di essere se stessi è affidato totalmente alla persona ritratta.
Diversamente rappresenterò un quarto di bue, una plasticità della posa, una finzione, un artificio, una rappresentazione fortemente mediata di una realtà che non esiste.
Per dirla in altre parole è come se io mi attenessi strettamente alla proiezione delle ombre cosi come raccontato nel mito della caverna di Platone.
Quello che cerco, con la mia fotografia di nudo erotico, è guardare la realtà, come essa, nella sua verità, mi viene svelata. Conclusione: in che misura sono quindi autore dell’immagine? Sinceramente posso rispondere … che non me ne frega nulla? In realtà la risposta è altrove: ovvero, senza il 100% della persona che sto ritraendo, io non sono nulla.

Paolo: perché vale la pena visitare la tua mostra a Napoli?
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Luca: La domanda più difficile! Innanzi tutto per il contesto. L’ex-Lanificio a Napoli è un luogo magico. E lo dico perché sono passato per Napoli proprio per vedere il luogo a me proposto per la mostra. E’ un’insula quattrocentesca del complesso del Lanificio che si sta trasformando in contenitore culturale completamente rigenerato. Qui si assiste alla rinascita culturale di una città, quella di Napoli, che vanta una tradizione artistica fuori da ogni comprensione. Nell’Ex-Lanificio troviamo gallerie, associazioni culturali, punti di aggregazione artistica e culturale degni di attenzione e interesse. Si respira arte, è ispirazione, è rigenerazione, è secondo me il futuro dell’arte a Napoli. Se poi volete, il secondo motivo è il contenuto medesimo della mostra. E non perché è la mia mostra fotografica, non perché il progetto NINE nasce da un atto estremo e disperato nel cercare di capire come poter rappresentare e raccontare l’autoerotismo femminile, non in quanto atto sessuale, ma in quanto ricerca del piacere della donna medesima. Non perché, per fare questo, sono partito da zero, annientando tutto, smaterializzando, dimensione, forme, materia, azzerando la fotografia stessa per tornare all’immagine primordiale, grazie alla folle convinzione di poter distruggere l’immagine medesima, attraverso una scomposizione del keyframe percettivo e ricondurla ad una immagine in nuova dimensione.
Ma forse perché in NINE (Nine il nome della struttura del progetto e della mostra) ho avviato una ricerca nuova del movimento, del divenire, del percepire e rappresentare l’erotismo, in quanto non più corpo e forma, ma essenza. Una ricerca profondamente intimistica, dove entrambe gli attori (ricordate?) hanno messo tutto in discussione, palesando senza paure, se stessi.

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Isa BO: tra Frida Kahlo e l’Intellectualesque

di Paolo Bianchi

Isa BO, esordiente della scena burlesque italiana, si distingue per il suo stile fortemente artistico, scenografico e poetico. Con l’act che più le sta a cuore racconta la storia di Frida Kahlo in quattro minuti e vince il primo talent show live italiano dedicato al burlesque!

Paolo: Isa, raccontaci del tuo incontro con l’universo burlesque

Isa: quattro anni fa circa ebbi un incontro ravvicinato con il Burlesque. Ero appena arrivata a Roma, una sera andai al Micca Club per la prima volta a vedere uno spettacolo. Si esibivano dei mostri sacri anche se al tempo non avevo idea di chi fossero. A un certo punto salì sul palco un performer americano vestito da sacerdote, si spogliò ed estrasse un’ostia dagli slip, poi si buttò fisicamente sul pubblico e me lo ritrovai improvvisamente a un millimetro dalla faccia, mi baciò sulla guancia lasciandomi il segno dei glitter per giorni . Era Tigger. Credo che quello sia stato il mio battesimo.

Paolo: Poi cosa è successo?

Isa: Sentivo che ci fosse qualcosa in quel mondo, quindi ho iniziato a frequentarlo. Poi ho avuto la fortuna di conoscere dei personaggi meravigliosi e condividere con loro amicizia e spettacoli. Amo in particolare gli artisti più generosi, quelli che sanno essere maestri e dispensano alle allieve i loro segreti perché hanno capito che l’unicità vince quindi non ha senso essere avari.

Paolo: Chi è stato importante per te in questo senso?

Isa: Moltissime persone. Chi mi ha permesso di essere spettatrice e studiosa, chi mi ha proposto di provare, chi mi ha insegnato le basi, chi mi ha permesso di fare la stage kitten, chi mi ha dato la possibilità di salire sul palco. E’ un esperimento antropologico e sono molto grata sia a chi non ha capito quello che stavo facendo sia a chi mi ha incoraggiato. Lo spettacolo è uno scambio tra chi performa e chi guarda e il confronto è necessario e prezioso per trovare la propria strada e un linguaggio che sia comprensibile senza smettere di essere personale.

Paolo: Sei stata di recente al London Burlesque Festival, sai che Il burlesque è vissuto in modo profondamente diverso tra Italia e resto d’Europa, per non parlare degli States, per differenza culturale. Secondo te qual è la ricetta giusta per piacere, divertire e conquistare il pubblico italiano?

Isa: Secondo me quello che conta è raccontare una verità. Vale per il burlesque, il teatro, una poesia, un film. Lo spettacolo funziona, emoziona quando si è sinceri, paradossalmente. Quando si mette in scena qualcosa che ha senso compiuto, dall’inizio alla fine, allora si arriva al pubblico. Poi il pubblico è stratificato: c’è chi capisce la storia che stai raccontando e chi percepisce solo una suggestione, ma data una verità, qualcosa arriva sempre. Penso che il pubblico italiano prediliga il burlesque classico e i numeri comici, preferisce meno l’arte di concetto e più l’intrattenimento e l’estetica. Personalmente amo di più gli spettacoli che provano a spingersi oltre l’erotismo, quando ho visto Dirty Martini con il suo corpo meraviglioso oltre ogni canone estetico avvolta nella bandiera americana estrarre file di dollari da dove di solito i dollari non dovrebbero stare, sulle note dell’inno nazionale ho pensato: usare il corpo per dire chi sei e cosa pensi è una rivoluzione bellissima.

Paolo: In che modo tu racconti una verità? Mi pare che il tuo stile sia più vicino all’arte che all’intrattenimento, è una sfida che lanci al pubblico?

Isa: Non voglio sfidare nessuno.. non sono mai stata “pop” ne nella vita ne nel burlesque, se provassi ad essere diversa da quella che sono sarei bugiarda e il pubblico se ne accorgerebbe subito. Ho un fisico androgino e nei miei spettacoli l’erotismo è meno evidente perché si sposta su un piano meno esplicito. Semplicemente porto in scena quello che sono, il mio immaginario, la mia verità spettacolarizzata.

Paolo: Pensi che l’act di Frida Kahlo ti rappresenti maggiormente?

Isa: Si Perché con quello credo di essere riuscita a trovare il mio linguaggio per arrivare al pubblico. L’equilibrio tra il messaggio e la spettacolarità con cui lo racconto. Mi emoziono ogni volta che lo porto in scena e il pubblico fa lo stesso, è una magia, chi conosce la storia di Frida capisce che racconto come sia riuscita a trasformare il suo dolore in arte, chi non la conosce rimane comunque colpito.

Paolo: Quello che tu fai è burlesque?

Isa: Io mi spoglio per raccontare storie. A Londra la presentatrice mi ha introdotta dicendo: “Ci sono diversi stili nel burlesque: c’è il burlesque classico, quello comico, il new burlesque e poi c’è IsaBO con il suo intellectualesque!”. Mi sa che quello che faccio è intellectualesque, almeno cosi dicono a Londra.

Paolo: Fantastico! Tu cosa pensi del boylesque: il burlesque al maschile?

Isa: Mi piace molto, ci sono artisti interessantissimi, ma non so quanto piede possa prendere in Italia. Il corpo femminile ha sempre un appeal troppo forte per il pubblico rispetto a quello maschile. Mi divertono molto le reazioni del pubblico maschile di fronte a performer uomini travestiti dall’estetica sessualmente ambigua. Spesso capita che abbiano corpi talmente belli da sembrare donne, il pubblico maschile resta affascinato credendo si tratti di fanciulle, poi quando scopre l’inganno resta interdetto e sprofonda nella confusione sentendosi meno virile perché si è sentito attratto da una donna che in realtà era un uomo. Amo burlesque e boylesque perché data una verità e un talento non esiste qualcosa di giusto o qualcosa di sbagliato, solo la messa in scena di un’umanità unica, potente e fiera.

 

Il giorno dopo questa intervista, in data 29 maggio 2016, Isa BO vince la prima edizione del Burlesque Factor by Micca Club, primo talent show live italiano dedicato al burlesque!

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Burlesque: quando una performer è artista?

di Paolo Bianchi

In un recente articolo abbiamo spiegato il perché, a nostro parere, il burlesque possa considerarsi un’arte. Ci chiediamo quindi ora: quando una perfomer burlesque può effettivamente considerarsi un’artista?

Naturalmente i tratti necessari che la performer deve possedere sono molti: creatività, talento, fede nel proprio essere artista, ma uno di questo – forse il più importante – è l’originalità: inevitabile frutto dell’attingere da sé, che è ciò che distingue una semplice esecutrice e performer da una vera e propria artista.

Il tema dell’originalità, dunque, è fondamentale e lo dimostra anche il fatto che tutti i più importanti festival del mondo, compreso l’italiano Caput Mundi International Burlesque Award, considerino come elemento primo di selezione – che viene molto prima, ad esempio, della bellezza estetica della performer – l’originalità dell’act da rappresentare.

A tale proposito la stessa Albadoro Gala afferma e annuncia: “Lo scorso anno per il Caput Mundi abbiamo avuto oltre duecento iscrizioni, che significa quattrocento video da selezionare, la prima scrematura infatti non viene fatta da me –sarebbe impossibile – ma da miei collaboratori e ciò che valutano non è già la bellezza o la bravura, ma l’originalità dell’act. Se è qualcosa di già visto viene immediatamente scartato. A me non arrivano neanche questi video scartati, che sono circa la metà del totale di quelli che pervenuti” – e aggiunge – “Il Caput Mudi non è più solo un festival, ma anche un blog e un punto di riferimento per chi è interessato al burlesque. Stiamo inoltre lanciando un nuovo servizio con una duplice funzione: tutelare legalmente le performer circa la paternità e le royalties dei numeri di loro creazione, stiamo creando anche una app che consiste in un agile database contente act, parole chiave e performer e che sarà utile a tutte ad evitare plagi inconsapevoli”

Esistono del classici del sistema di immagini del burlesque: la cosiddetta balloon dance, di incerte origini: si entra vestite di palloncini che si fanno via via scoppiare mostrando così gradualmente le parti nude, la cui più celebre interprete è la provocatoria, formosa e irriverente Dirty Martini; c’è poi la fan dance, la danza col ventaglio, molto legata all’eleganza antica e eterna di Sally Rand.

Poi c’è il classico del classici, il classico talmente tale da essere noto anche a chi non si interessa particolarmente al burlesque: la coppa, che sia di champagne, di Martini o di assenzio. La coppa è oggi identificata soprattutto con la star internazionale Dita von Teese, per chi si interessa maggiormente all’universo burlesque è facile anche il collegamento con Catrine D’Lish, ma immagini antiche e in bianco e nero ci svelano che, in realtà, quella della donnina nella coppa o nel bicchiere è icona da molto molto tempo, è quindi un classico autentico e in quanto tale sganciato da una performer in particolare. Diventa, anzi, in quanto classico, un qualcosa con il quale ogni vera e grande artista dovrebbe confrontarsi, cercando anche qui di rendere la propria personale versione, attingendo da se stessa, come detto.

Così come i grandi attori di teatro sono chiamati, prima o dopo, a confrontarsi con Shakespeare o a leggere i più noti canti della Divina Commedia o le più celebri poesie del Leopardi, così la grande artista di burlesque oltre a inventare qualcosa di propriamente ed esclusivamente suo può e forse deve darsi alla coppa e agli altri generi di act intramontabili. Non si tratta, naturalmente, di riproporre degli act copiati, così come se si riproponesse il Butthoven’s 5th Symphony di Michelle L’amour: questo non sarebbe altro che volgare plagio; si tratta invece di trovare il modo per richiamare un modello, un paradigma scenico – e non un act caratteristico di una sola performer – e ritagliarselo addosso su misura, sul proprio personaggio, facendo leva proprio sulle caratteristiche peculiari.

In questo, come accennato, si fa rilevante il ruolo dei festival internazionali e quel piccolo monito presente sui bandi per partecipare, quel “be original” che è tentativo, se non garanzia, di tutela del burlesque stesso come espressione artistica.

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