“Le lacrime amare di Petra Von Kant” di R. W. Fassbinder

di Alessio Nicotra

In una stretta via di Trastevere dal sapore ormai natalizio, dopo il successo della scorsa primavera rivive il pensiero di uno dei più grandi geni del teatro e del cinema degli anni 70. L’adattamento ad opera del regista Luca Gaeta del capolavoro “Le lacrime amare di Petra Von Kant” di Rainer Werner Fassbinder.

Rainer Werner Fassbinder

Rainer Werner Fassbinder

Nell’eteroclito Teatro Stanze Segrete, grazie alla magistrale bravura delle sue attrici – Licia Amendola (Petra Von Kant), Valentina Ghetti (Karin) e Caterina Gramaglia (nel doppio ruolo di Marlene e Valerie) – alle quali chiede di replicare quel colore recitativo artefatto e innaturale voluto dall’autore, Luca Gaeta riesce a farti specchiare. Sfogliando le proprie esperienze sentimentali, è inevitabile rivedersi talvolta nella posizione di Petra, stilista ricca e borghese di fama mondiale vittima dell’amore smisurato per la giovane Karin di cui diventa manichino, o dell’acerba Karin che muove il suo manichino esercitando il potere dell’amore come arma di controllo alla quale tutti noi, almeno una volta, abbiamo alzato le mani in alto in segno di resa; oppure di sfondo, come Marlene: la devota donna di servizio silenziosamente innamorata di Petra, usata nella sua dipendenza per coltivare il grande fragile ed instabile ego della diva Von Kant.

Questo gioco di perdizione tra alienamento e avidità, sentimenti e dominio, pone l’accento sull’essere deliberatamente accecati dall’amore, tanto da concedersi completamente a servizio del nostro egemone. Manichino.

Questo concetto mi rievoca un altro capolavoro dell’arte contemporanea: Rythm 0 di #MarinaAbramovic del 1974, due anni dopo l’opera di Fassbinder, presso Galleria Studio Morra di Napoli, nel quale l’artista serba si propose al pubblico come oggetto al fianco di un tavolo pieno di altri oggetti (boa, trucchi, catene, lametta, pistola carica con un solo colpo, corda, una rosa, etc.) che in totale libertà potevano essere utilizzati su di lei.

L’opera d’arte, in questo caso, fu la reazione del pubblico che cercava di trovare i limiti della sopportazione umana sia del corpo ricevente e sia di se stessi: misurando la capacità di tolleranza della propria brutalità nell’esercizio del potere. Marina Abramovich si calò così tanto da restare immobile: impugnando una pistola carica che le puntarono alla gola, ai tagli da lametta prima sui vestiti poi sulla sua pelle, al palpeggiamento delle parti intime ed a tutte altre forme di raccapricciante disumanità. “Passiva per 6 ore come un burattino” commentò la stessa Abramovich nell’intervista a fine performance.

Marina Abramović

Marina Abramović

Entrambe le opere rilanciano l’attenzione ad uno dei più grandi bachi della struttura della nostra società, ovvero il concetto di abuso di potere, in condizioni in cui la limitazione è assoggettata esclusivamente all’autodeterminazione. Dare un grande potere a chi non ha la consapevolezza del suo reale valore ovvero è incapace di valutarne le potenzialità nel corretto utilizzo e le conseguenze dell’abuso, determina inevitabilmente un danno a se stessi ed agli altri. Per chi come me ricorda il goliardico ma saggio Carlo M. Cipolla in “Allegro ma non troppo”, questa è la definizione che lo scrittore pavese dà per la categoria degli stupidi.

Ed il risultato scontatamente logico di Rythm 0 è che si crea un danno quando si concede potere a persone stupide che non sono in grado di farne buon uso. Una pistola è potere, la bellezza è potere, soldi è potere, l’amore è potere, superiorità gerarchica è potere. Cosa siamo capaci di fare quando abbiamo a disposizione il potere, quando qualcuno si pone alle nostre dipendenze: come Marlene rispetto a Petra, come Petra rispetto a Karin, come Marina rispetto al pubblico.

In filosofia oggetto, etimologicamente gettare innanzi, è qualsiasi cosa ci venga posta davanti che percepiamo diversa da noi che non fa parte di noi, quindi esterna all’anima. Quando abbiamo questa percezione la nostra natura si manifesta e si sfoga, non sempre curandosi delle conseguenze che può causare sia sull’altro, immediatamente visibili, sia su se stessi: perché i segni di ciò che compiamo su quell’oggetto li avremo indelebili anche noi e ci marchieranno più dei tagli di quella lametta che abbiamo sferzato nell’aria per sfogare la nostra sete di dominio. Nessuno può accecare se stesso mentre violenta la propria coscienza. E le cicatrici saranno sempre sotto i nostri occhi a differenza di quelle sull’altro.

Fassbinder raccoglie la debolezza dell’uomo e raffigura la superbia e la prostrazione ponendo allo spettatore una protagonista che prima è dominatrice del potere e successivamente ne è sopraffatta. In questo equilibrio di squilibri esprime l’immagine dell’essere umano che nella sua umanità si rende disumano e se ne accorge solo quando è vittima e non quando è carnefice: la sua posizione di vantaggio sovverte l’umanità che invece richiede nella posizione di asservito.

L’amore oltre a essere potere è anche il sentimento più nobile dell’uomo, quello che lo rende realmente superiore. E se manifestasse il suo essere superiore non attraverso l’esercizio del suo potere nella società o nei confronti dell’inerme Terra ma attraverso l’amore, tutto ciò che ci circonda non avrebbe ricevuto danno ma beneficio.

L’Intelligenza è l’azione che reca vantaggio a tutto ciò che raggiunge.

Fassbinder fotografa l’amore come quel potere così grande da rendere chiunque un semplice manichino in attesa di essere spostato. Muoviamolo nella direzione giusta ogni volta che possiamo e genereremo il bene sia per noi stessi che per ciò che ci sta intorno. Un messaggio chiaro, che semplicemente chiede di rinunciare a guardare le altre persone come esterni a noi e alla nostra vita, quindi di avvicinarle e lasciare che l’essere liberi dal giudizio e dall’impunità persegua quell’umanità tale da sentire oggetto solamente tutto ciò che è inanimato. Utilizzare con intelligenza, anche singolarmente, il potere dell’amore, può pervadere il mondo di umanità.

Grazie a Luca Gaeta e alle sue formidabili attrici per questo viaggio di cui ho già prenotato un nuovo biglietto. (dal 19 al 23 Dicembre ’17 – Teatro Stanze Segrete).

 

Pagina Facebook: https://m.facebook.com/Fassbindervon-Kant-194349564470425/

Evento Facebook repliche Dicembre 2017: https://www.facebook.com/events/1620527974675414??ti=ia

Intervista video 1https://youtu.be/Qn5DkcGavUw

Intervista video 2https://youtu.be/xeYlRehgDng

(Riproduzione riservata)

Teoria Gender: intervista al filosofo Thibault Isabel

di Paolo Bianchi
Traduzione dal Francese di Claudia Atzori

 Entretien avec Thibault Isabel_Version française

 

 

Paolo: Chi è Thibault Isabel?

Thibault: Sono capo redattore della rivista Krisis, fondata nel 1988 da Alain de Benoist, e sono anche dottore in filosofia. Ho la fortuna di essere amico di Michel Onfray, che ha scritto la prefazione del mio ultimo libro su Pierre-Joseph Proudon, presso una famosa casa editrice francese.

Thibault Isabel

Thibault Isabel

Paolo: Nel tuo libro Sesso e Genere (Diana, 2017) tratti il tema della teoria gender. Quale è la diffusione reale e la portata di questa teoria? qual è il suo destino?

Thibault: Provo molto interesse per gli studi sui generi, tema che ho studiato all’università negli anni ‘90, quando ancora questo argomento non era alla moda. All’epoca era un oggetto di studio marginale, e mal visto dalle autorità intellettuali del panorama filosofico di allora. Oggi la situazione ovviamente è molto cambiata: l’infatuazione americana per lo studio dei «rapporti sociali di sesso» ha invaso l’Europa, e in particolare la Francia, al punto di diventare una nuova doxa  universitaria, che si sostituisce ai vecchi dogmi dominanti.

Paolo: Qual è il tuo giudizio sulla teoria gender?

Thibault: Non mi piacciono i dogmi, quindi ero più favorevole a questa corrente di idee quando era minoritaria, e sono molto meno favorevole adesso, perché credo che sia necessario mettere in guardia contro certi suoi abusi.
Aggiungo che c’è una grande differenza tra gli studi di genere (gender studies) e la teoria gender (gender theory). Gli studi di genere analizzano il modo in cui le nostre rappresentazioni culturali influenzano il nostro modo di vedere noi stessi, in quanto esseri maschili o femminili.
La teoria gender aggiunge a questo studio un’intenzione militante, e quindi un aspetto ideologico: secondo i fautori di questa dottrina, la mascolinità e la femminilità sarebbero delle nozioni quasi totalmente costruite dalla società, e messe al servizio di interessi patriarcali.

Il problema è che quasi tutti quelli che praticano gli studi di genere sono sottomessi alla teoria dogmatica che ne è derivata. E questo produce una forma di impoverimento del pensiero.
Non rimetto in causa l’oppressione di cui le donne sono state vittime nella storia, e di cui lo sono ancora oggi, talvolta. Ma mi sembra anche molto importante studiare come gli uomini stessi siano rappresentati nella cultura, addirittura stigmatizzati, in quanto esseri di pulsioni e desideri, di fronte a donne spesso e volentieri dipinte come vittime innocenti della loro lascivia.

In ciò vedo il ritorno di un neopuritanesimo che non dice il suo nome, e che si traveste sotto l’apparenza di un discorso di sinistra per riabilitare vecchie idee reazionarie: la sessualità appare per cosi dire viziosa, malsana, al punto di chiedersi, con Andrea Dworkin, se ogni relazione eterosessuale non sia una violenza sessuale mascherata. Penso che sia una deviazione pericolosa. Le donne molto spesso sono sminuite allo stato di oggetto dal discorso pornografico pubblicitario, ma allo stesso tempo riconosco che anche gli uomini sono vilipesi, come bestie assetate di sesso e violenza, e la pubblicità non manca di ricorrere a questo genere di cliché quando si tratta di adulare il pubblico femminile.

Bisogna trovare il giusto compromesso, che risiede secondo me in un erotismo empatico, in cui l’uomo e la donna imparerebbero a coabitare, a rispettarsi senza rifiutare la dimensione sessuale della vita.
Insomma, io rifiuto di squalificare le nostre tendenze naturali come se non avessero importanza. Tutte le donne e tutti gli uomini non sono uguali. Ma sussistono delle realtà statistiche evidenti che non si possono negare, non avrebbe senso negarle: in maniera globale, possiamo dire che esistono degli orientamenti comportamentali maschili e altri femminili. Probabilmente la natura ha un ruolo in questa divisione. Sono felice che gli uomini e le donne siano diversi. Queste differenze sono belle e ci permettono di completarci. Non vedo nessuna ragione per cui debbano essere abolite, dal momento che vengano sostenute (o rinforzate) socialmente su base di equità.

Paolo: tu ricolleghi la teoria gender alle rivendicazioni dei movimenti femministi e a quelli per il riconoscimento dei diritti dei gay. Qual è la sostanziale differenza tra le teorie alla base di questi movimenti e la teoria gender? E quali le analogie?

Thibault: La difesa dei diritti delle donne o dei diritti degli omosessuali oggi si basa spesso sulla teoria gender, con l’idea soggiacente che tutti sarebbero liberi di essere ciò che sono. Credo che ognuno di noi debba essere rispettato per ciò che è, ma mi sembra assurdo pensare che siamo «liberi» di esserlo. In realtà non siamo liberi, poiché siamo molto condizionati. Il problema quindi non è questo.

Ad esempio, invece di basare i discorsi femministi sulla rivendicazione di una natura sessuale non determinata, che potremmo scegliere coscientemente di adottare, preferirei che si valorizzassero le differenze, i caratteri simbolicamente maschili e i caratteri simbolicamente femminili. È il principio del femminismo differenzialista. Non credo a una essenza maschile o femminile immutabili. Anche se esistono forti costanti antropologiche; ma credo alla necessità di mantenere culturalmente queste differenze, di valorizzarle come complementari. La teoria gender predica l’indeterminazione sessuale: non dobbiamo essere fondamentalmente femmine o maschi. La confusione dei generi diventa un’arma contro i discorsi giudicati «patriarcali» che ci assegnano all’uno o all’altro genere, quindi ci obbligano a essere uomini o donne, chiaramente identificati.

Benché non esistano uomini che siano perfettamente maschili e donne che siano perfettamente femminili, resto convinto che la femminilità e la mascolinità non siano dei vizi, ma che anzi contribuiscano a equilibrare le società. La mia opinione è più vicina a quella di Carl Jung che a quella di Judith Butler.

Paolo: Credi che ciò che sta accadendo sia accidentale, eventuale? O invece necessario e inevitabile?

Thibault: Lo sviluppo della teoria gender rinvia direttemente al mondo ultra-liberale in cui viviamo. Questa teoria si fonda sulla fantasia di autocreazione: l’essere umano sogna di costruirsi integralmente nella sua identità generata, al riparo da tutte le influenze esterne (biologiche e culturali), giudicate alienanti. Eppure noi non veniamo da noi stessi. Non siamo bolle impermeabili al nostro ambiente: non possiamo esserlo, e non dobbiamo, sprofonderemmo interiormente se lo fossimo, a causa della mancanza di punti di riferimento strutturanti.

Lo psicanalista Jacques Lacan aveva ragione quando diceva che l’Altro è la base del soggetto. Senza l’Altro non avremmo dei punti di riferimento simbolici che ci permettono di orientarci nel mondo. Ci costruiamo, insomma, a partire da dati biologici che ci sfuggono, in interazione con una cultura che ci struttura. Non è un male, dal momento che, ancora una volta, manteniamo il principio di equità. Ogni orientamento è diverso, ma perfettamente rispettabile. I principi maschili e femminili hanno pari dignità. Le antiche società europee hanno introdotto una gerarchia ingiusta riguardo i sessi, sotto al peso del cristianesimo paolino, che ha assoggettato la donna al potere dell’uomo, come nell’Islam. Ricordo che portare il velo era un obbligo religioso nel cristianesimo, invece nell’Islam è una raccomandazione sociale.

Dobbiamo quindi rifiutare la dominazione patriarcale, ma non la differenza dei sessi; e per ciò dobbiamo ricollegarci ad una visione più collettiva dell’esistenza. Nessuno è perfetto. L’essere umano ha bisogno di essere completato dagli altri. La mascolinità ha bisogno della femminilità per essere in equilibrio, e viceversa. La misoginia e l’androfobia meritano di essere combattute, invece prosperano congiuntamente nell’arroganza maschilista e nella vittimizzazione vendicativa delle donne.

Invece di percepirci come individui con un potenziale autarchico e perfetto (cioè uomo e donna insieme, o indeterminati), faremmo meglio a considerarci come i componenti di un ecosistema umano, dove mascolinità e femminilità hanno un ruolo fondamentale. Ciò necessita di una modestia che sfugge alla mentalità liberale, preoccupata di mettere l’individuo al centro di tutto. L’individuo non è autosufficiente. Si inserisce in un gruppo, di cui ha bisogno come di una sostanza per alimentare la sua linfa. L’uomo e la donna non sarebbero nulla senza l’altro: ne abbiamo la prova nella vita sessuale.
La guerra dei sessi è dannosa, così come l’indeterminazione sessuale che ci permette di evitare questo conflitto. Io sono per la differenziazione dei sessi e la loro alleanza, nel rispetto delle divergenze individuali di responsabilità. Ogni donna, come anche ogni uomo, deve trovare il suo opposto complementare per mantenere l’armonia. E’ quello che si chiama «amore».

Paolo: Alla luce dei tuoi studi, come interpreti le filosofie di stampo tradizionalista? Penso ad esempio a Julius Evola.

Thibault: Ho un rapporto ambivalente con Evola. É un autore che ho letto poco in gioventù, e che ho conosciuto meglio in questi ultimi anni. Non condivido le sue idee politiche. Sono più incline al federalismo e alla democrazia radicale che all’autoritarismo. Ma apprezzo il pensiero culturale di Evola. Ciò che scrive sulla complementarietà degli uomini e delle donne dovrebbe essere rivisto e meditato. Trovo la sua concezione di virilità un po’ fantasticata e reazionaria, ma ha almeno il merito di avere riabilitato l’antico modo di pensare pagano, dove il sesso (e i sessi) non erano oggetto di vergogna ma di gioia.

Paolo: Ciò che sta accadendo, in termini di cambiamento della percezione dei ruoli dei sessi, lo assimila ai discorsi sulla società liquida e a quelli sulla volatilità ed elasticità propri della società dei consumi. Pensa che questo abbia in qualche modo a che fare con la « Morte di Dio » annunciata da Nietzsche.

Thibault: Si, perfettamente. Nietzsche, come tutti sappiamo non era cristiano. Tuttavia sottolineava la perdita di punti di riferimento, consecutiva al crollo del cristianesimo. Viviamo in un mondo senza dei, ciò significa che siamo immersi nel niente dell’indeterminazione. La teoria gender è un’espressione di questa tendenza. Non abbiamo più orizzonti verso i quali dirigerci. Dimentichiamo addirittura le basi sulle quali ci appoggiamo per camminare: il suolo crolla sotto i nostri passi. L’ideale esistenziale dell’uomo contemporaneo si riduce al consumo: quale marca d’abbigliamento dobbiamo indossare, quale tipo di scarpe ci definisce meglio come individui: abbiamo l’impressione di essere liberi, indeterminati, quando invece la nostra vita non è mai stata così povera. E’ un dramma per la civiltà.

Paolo: La distinzione stessa tra sesso e genere, come ci spiega nel suo libro, è storia recente. Restando a Nietzsche: questa distinzione, marcatamente platonica, è una tappa del percorso verso il nichilismo? Verso il rifiuto della «terra» per mezzo di una pericolosa astrazione? O è invece la riconquista di una verità e di nuovi valori?

Thibault: Per Nietzsche la morte di Dio, malgrado tutto, ha del buono: ci siamo liberati dai dogmi che una volta reggevano l’esistenza degli uomini, e ci abbiamo guadagnato in libertà. Ma come soleva dire Nicolas Gomez Davila, la libertà moderna si riassume come un «errare in mezzo al deserto». La vera autonomia implica un ambito all’interno del quale noi possiamo elaborare un futuro.

L’assenza di valori ci sclerotizza tanto quanto i dogmi, anche se in un altro modo. Dobbiamo quindi elaborare nuovi valori, «al di là del bene e del male», cioè dei valori non dogmatici, aperti alla creatività umana. Piuttosto che restare rinchiusi nei valori nevrotici di morte, come i valori astratti del cristianesimo, ostili alla terra come alla carne, noi abbiamo il dovere di ricreare dei valori di vita.

Il mondo pagano era carico di morale: ma questa morale ci insegnava l’eroismo e lo slancio vitale. Il sesso era percepito come una componente naturale dell’esistenza. Ciò non significa che dobbiamo dare libero sfogo alle nostre pulsioni, con il pericolo di degenerare in funeste «bestie bionde», come diceva Nietzsche, che non si fidava dell’egemonia imperialista tedesca e degli inizi del nazismo. Ciò significa che abbiamo bisogno di educare le nostre pulsioni: riconoscerle come fondate e dare loro un’espressione più nobile. Prendiamo ad esempio il sesso. La pornografia implica un rapporto meccanico e barbaro nell’atto dell’accoppiamento: la donna è un volgare oggetto sessuale che non riusciamo neanche più ad apprezzare empaticamente come un essere completo. L’attenzione si focalizza su due parti feticizzate del suo corpo. L’erotismo, al contrario, manifesta una forma estremamente alta di civiltà: il sesso diventa raffinato, bello, e i partner si rispettano come esseri degni, in maniera equa, di provare piacere. E’ uno scambio armonioso, profondo, che unisce anziché dividere. Negare la dimensione sessuata dell’esistenza, come lo fanno i teorici del genere, porta al ritorno del platonismo, dell’astrazione. Non aderiamo più ai dogmi cristiani, ma limitiamo il peso dell’erotismo sulle nostre vite. Con quale donna mi posso unire, se io non sono più un uomo e lei non è più una donna? Saremmo l’uno e l’altro degli esseri completi, autosufficienti, la cui forma normale di sessualità sarebbe l’onanismo. Che tristezza.

Paolo: Credi ad un modello uomo – donna originale ed eterno?

Thibault: L’uomo e la donna non sono sempre stati gli stessi. Quale rapporto esiste tra la donna del Medioevo, la casalinga del XIX secolo borghese, e la working girl contemporanea? Allo stesso tempo, constatiamo delle tendenze sessuali ricorrenti, in tutte le epoche e in tutte le civiltà. Gli orientali simboleggiavano queste differenze attraverso la nozione di Ying e Yang. Quindi, il peso della natura non è stato minimizzato, non più di quello della cultura. Ma non mi importa tanto di sapere – se non per pura curiosità intellettuale – in che modo noi siamo naturalmente uomini o donne. Mi preoccupo soprattutto di ricordare che le differenze sono belle, che siano innate o acquisite.

Le nostre disposizioni individuali tendono verso degli schemi di comportamento differenti, indipendentemente dalla nostra appartenenza a un genere. Jung  diceva che in ogni essere umano c’è una parte variabile femminile e maschile. L’importante è che queste differenze simboliche rimangano, anche se sono mantenute dalla cultura, senza gerarchizzazione o oppressione. L’importante è che come un uomo o come una donna, individualmente, possano essere maschile o femminile, sapendo che cosa queste nozioni significhino.

Non mi crea un problemi il fatto di provare se esiste o no una parte femminile in me, a patto di non confondere culturalmente la distinzione dei sessi. Ora, è ciò che cercano di fare i teorici del gender: vogliono confondere i punti di riferimento, giudicati in modo intrinseco patriarcali. Confondono l’oppressione patriarcale borghese con un’oppressione plurisecolare, inevitabile, che non si può’ reprimere.

Paolo: Quale destino ci attende?

Thibault: I teorici del gender non riusciranno mai a strappare gli uomini e le donne dalle loro inclinazioni. Il sesso (e i sessi) esisteranno sempre. Ma quando la cultura diventa inadatta a ciò che siamo, ne deriva una forma di nevrosi collettiva: sogniamo di essere differenti da ciò che siamo e da ciò che possiamo essere. Sogniamo di essere indeterminati, quando non lo siamo – o non totalmente.

Le patologie della civiltà dureranno ancora a lungo; esse si succedono, ma sono tutte uguali. Oggi più che mai abbiamo l’obbligo di batterci per promuovere un rapporto equilibrato tra i sessi come base di una civiltà equilibrata. Qui l’erotismo gioca un ruolo cruciale. Certe culture del passato ci danno un bell’esempio, anche se non sono esenti da critiche. Siamo tenuti a correggere i loro errori, ma ispirandoci ad esse. Il modo di vita liberale, fondato sul culto dell’individuo, corre in modo ineluttabile verso la sua rovina. La libertà individuale si deve congiungere con l’attaccamento agli altri e con il principio di complementarietà per realizzarsi veramente. E il rispetto per gli altri si deve congiungere con la forza vitale, senza ipocrisia né bestialità adolescente. Sarà una lotta di lungo respiro. La battaglia non è ancora finita.


Questa ulteriore domanda l’ha posta Claudia Atzori, dopo aver letto un articolo su Le Monde.fr del 2 ottobre 2016, in cui il papa si esprime sull’insegnamento della teoria gender nelle scuole francesi.

Claudia: Il 2 ottobre 2016 su Le Monde.fr, nella rubrica Religioni, è apparso un articolo dal titolo: «papa Francesco accusa i libri scolastici di diffondere la teoria gender», il papa parla di un «indottrinamento sornione della teoria gender», si tratterebbe di una colonizzazione ideologica. Che ne pensa?

Thibault: Non sono turbato dal fatto che si insegnino gli studi sul genere a scuola, e neanche la teoria gender, se si insegnano contemporaneamente le teorie biologiche sulla sessualità. La scuola non deve imporre ai giovani il modo giusto di pensare, li deve informare, in modo pluralista, in modo che essi possano costruire una propria opinione. Il problema non è nell’insegnamento di una teoria, ma nella tendenza ricorrente della scuola francese a voler privilegiare l’ambito ideologico dominante a discapito degli altri.

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Dissolute Assolte, sono le Donne del Don Giovanni

di Alessio Nicotra


La proposta al teatro Arciliuto del regista ideatore e sceneggiatore Luca Gaeta nasce dalla personale lettura e contemplazione del corpo della famosa opera di Mozart da cui estrae una costola: le Donne del Don Giovanni. Un concetto di uomo espresso in forma femminile.

Prostitute. Dissolute perpetrando una professione. Un aggettivo riferito al corpo venduto ma non all’anima.

La loro dissoluzione è conseguenza dell’amore non corrisposto, ma ancora vivo, per Don Giovanni: un amore nato attraverso la menzogna che il vile seduttore sfoggiava e lustrava ad ogni adescamento per un solo unico obiettivo e scopo!

L’inganno però non svanisce nel nulla alla fine dell’amplesso come Don Giovanni stesso, anzi ciascuna vittima resta marchiata dall’unico segno indelebile del suo passaggio: il dolore e la disperazione di un amore dissolto. L’abbandono di ogni speranza di una vita felice è nella concessione del proprio corpo alla mercé di ogni uomo, di ogni Don Giovanni che periodicamente usa e sfrutta il corpo senza curarsi dell’anima.

Assolte, perché il loro mestiere è spregiudicatamente immorale e pendice della circonvenzione, o contemporaneamente peccato ed espiazione.

Don Giovanni è spinto dal desiderio di avere sempre una nuova donna da conquistare, conquistare il corpo ingannando l’anima senza curarsi delle conseguenze e senza pentirsene; Don Giovanni è una figura dell’uomo, il maschio conquistatore senza scrupoli che calpesta la sensibilità delle donne per il suo piacere fisico, per la sua fama di seduttore, per quel posto all’inferno che lo inghiottirà squarciando la terra sino a farlo sprofondare nel buio più scuro della sua anima nera. Le sue donne sono lo strascico di matrimoni promessi ed incompiuti e di amori straziati in nome dell’Eros: ciò che muove un uomo verso la sua brama.

Eros appunto, qualcosa che spinge l’uomo a deflagrare qualsiasi cosa che si interponga tra sé ed il suo desiderio, a qualunque costo. Ma allora è un Dio o un Diavolo? A voi l’ardente quesito.  

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