Raphael Siboni e “Il N’y a Pas de Rapport Sexuel”

di LaLux Joie

Il giovane artista del video, Raphael Siboni, potendo attingere da un archivio di oltre 2000 ore di filmati del re del porno francese Hervé-Pierre Gustave (in arte HPG), ha realizzato un interessante e particolarissimo documentario che mostra il mondo del Porno nella sua cruda realtà, nella sua essenza più profonda e vera.

2d989e374f7e4e4edfd91f051ebe5f1bL. Chi vuoi catturare con questo film?

R. Questo documentario è nato per portare il porno fatto sul web direttamente nei cinema, in modo che il pubblico inizi a pensare ad un oggetto reale, non a pura finzione. Anche se il porno rappresenta più del 30% del traffico globale di internet, vi è una forte ipocrisia. La maggior parte delle persone si rifiuta di prendere in considerazione la tematica come qualcosa che faccia riflettere anche la mente (e non solo il corpo!). Il porno non è qualcosa che appartiene solo all’industria-porno. Credo che cambiare il luogo in cui vengono proiettate le immagini significhi anche cambiare il nostro rapporto con loro. Naturalmente, il porno-internet è fatto per uso privato, sugli schermi dei computer di piccole dimensioni. Il mio progetto voleva gestire la cosa su larga scala, ampliando gli orizzonti. Rendere il porno un’esperienza collettiva. E penso che fargli raggiungere le sale cinematografiche sia un modo per ri-cominciare a considerarlo come un qualcosa che dobbiamo affrontare, sia individualmente che collettivamente, senza troppi freni inibitori oggi insensati.

L. Cosa hai voluto provocare nella mente degli spettatori?

R. Mentre lavoravo al film, il mio progetto era quello di mostrare il porno da un punto di vista del “making of”, dall’interno, utilizzando direttamente il dietro le quinte degli addetti ai lavori che sono a contatto con quel mondo quasi tutti i giorni. Non ho voluto indurre moralità nella mente del pubblico, ma far loro sperimentare il porno al di là dei luoghi comuni morali e sociali, in genere ad esso collegati. Ho cercato di schiacciare l’acceleratore sulla sua complessità, come rappresentazione della sessualità contemporanea.

L. Perché questa scelta di mostrare il lato umano del porno e la sua “insicurezza”?

R. Ho cercato di rivelare il lato umano del porno, e di fare un documentario su chi ci lavora più che sulla pornografia. Poiché porno è l’espressione estrema del cinema come arte del controllo, ho voluto rappresentare ciò che accade nel porno su un altro livello. Forse i ragazzi e le ragazze che ne fanno parte sono solo la rappresentazione di corpi banali, ma vi assicuro che non lo sono sul set. Sono esseri umani che hanno a che fare con molti strati di realtà e rappresentazione, a volte in modo molto violento.

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L. Ho trovato meraviglioso il fatto di voler mostrare l’altra verità, quella di un certo tipo di porno, ma non è rischiosa questa operazione? La maggior parte della gente forse preferisce limitarsi all’atto, in sé poco o per nulla intellettuale e molto emotivo, fisico…

R. Questo documentario è molto singolare e non è per tutti, ma credo che la sessualità sia un luogo per sperimentare quella che viene chiamata alterità (il contrario di identità, cioè la differenza tra due entità, nda). Ho cercato di rappresentare la complessità, e di fornire al pubblico materiale per riflettere. Non è un film porno, ma un film sul porno. Sulla base delle reazioni del pubblico, sono ormai convinto che la maggior parte delle persone abbiano la capacità di comprendere il filmato in tutta la sua forza estrema, che è la materia prima del mio documentario.

L. Che opinione ti sei fatto della gente che l’ha visto al cinema?

R. Le reazioni della gente sono state molto diverse da un paese all’altro. Per esempio, in Danimarca il pubblico è stato davvero coinvolto, probabilmente a causa della loro storia nazionale con il porno. In altri paesi, le proiezioni hanno incontrato qualche difficoltà in più, e lo capisco perfettamente. Credo che questo documentario sia in qualche modo inquietante, essendo allo stesso tempo molto violento e divertente. In primo luogo, quando si rilevano i “trucchi” dell’industria del porno, la gente inizia a ridere. Ma poi, il documentario si fa più cupo ed entra nell’oscurità. La gente smette di ridere, e magari si chiedono perché han riso poco, prima. Penso che sia un’esperienza molto forte, e qualunque sia la reazione del pubblico, al termine della proiezione ci sono sempre state un sacco di domande. Alla fine, questo è quello che conta per me: fare un film che inneschi domande nella mente delle persone, e fornire loro un modo per esprimere i pensieri liberamente.

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L. Quali sono i tuoi punti di riferimento nella regia, nella sceneggiatura e così via…?

R. Per questo progetto in particolare direi Herzog con Grizzly Man e, naturalmente Impaled, diretto da Larry Clark, come parte del progetto Destricted. Dal mondo dell’arte contemporanea, vorrei aggiungere certi video artpieces come Mike Kelley e Fresh Acconci, e, probabilmente, Central Region di Michael Snow.

L. Cosa ti suscita il corpo nudo di una donna e di un uomo?

Per me, un corpo nudo esprime sempre il mistero di se stessi. Questo profondo sentimento di essere di fronte a qualcun altro. Come ho detto, non è semplicemente un corpo, o il solo oggetto del desiderio, ma qualcuno che appare come pura alterità.

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