LE PERLE AI PORCI #02: La vocazione alla volgarità. Shakespeare baluardo dell’osceno e del volgare educativo

di Stefania Lombardi

La rubrica LE PERLE AI PORCI – Per una filosofia da cortile – è a cura di Antonio Cecere.

Questa rubrica ospita, nel cortile del Salotto Erotico Italiano, non solo la filosofia, ma anche la letteratura, la poesia e tutte quelle espressioni umane che hanno tratto dai sensi e dal piacere quello stimolo vitale per creare conoscenza e virtù.


Stefania Lombardi è filosofa e project manager. Dopo la Laurea a pieni voti in filosofia a Pisa nel 2003 ha deciso di dedicare parte della sua formazione e del suo lavoro al Project Management per acquisire le competenze necessarie da poter, un giorno, condurre al meglio le sue ricerche in ambito filosofico; diviene pertanto abile nel procurarsi i finanziamenti alla ricerca attraverso bandi in larga parte europei.
Nel 2005 consegue a pieni voti il titolo del suo primo Master post Laurea indetto dalla Facoltà di Scienze Politiche-Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Pisa.
Stefania Lombardi è ora dottoranda in filosofia presso l’Università Europea di Roma.

Negli anni dedicati al Project Management non ha abbandonato le sue ricerche e si è dilettata con delle recensioni cinematografiche di stampo filosofico molto seguite su diversi portali.

Stefania Lombardi

Stefania Lombardi 

“Falstaff – È la mia vocazione, caro Hal. E per un uomo non fu mai peccato agir seguendo la sua vocazione” (Enrico IV, Shakespeare), così si pronuncia Falstaff, uno dei più riusciti personaggi shakespeariani, al suo Hal, quel principe Enrico che diventerà il grande Enrico V, eroe della battaglia di Agincourt (il cui celebre discorso di San Crispino fungerà da base all’orecchio odierno per il più celebre discorso del film Braveheart).

Qui il bardo, attraverso Falstaff, solleva un dubbio e cioè che la retta via sia per ognuno seguir la propria vocazione e nel caso di Falstaff è la vocazione allo scurrile, al turpiloquio, ai piaceri delle gonne, del vino  e delle bettole.

Falstaff, malgrado i suoi racconti fantasiosi contestati da Enrico come falsità e vigliaccheria, è fedele a se stesso e vive con sincerità.

Fa da contro altare Enrico, la cui giovinezza scapestrata gli serve come momentaneo mascheramento per quando sarà re; ed è egli, in realtà, a vivere nella menzogna, abituato a dissimulare con chiunque, persino con se stesso.

Egli è serio, persino nel suo essere scapestrato; al contrario del fantasioso Falstaff, gioviale e allegro frequentatore di bettole e bordelli:

“Falstaff – Eh, sì, è vero. Su, cantami tu

allora qualche oscena canzoncella

che mi rimetta un poco in allegria.

Io ero un tipo incline alla virtù,

come convien che sia un gentiluomo,

virtuoso, voglio dire, quanto basta:

qualche bestemmia ogni tanto; coi dadi

non più di sette volte a settimana

non andavo al bordello

più d’una volta ogni quarto”

Sarà tradito dal suo Hal, dal suo Enrico non appena sarà re. Enrico disconoscerà il suo padre putativo, Falstaff, che molte volte ha recitato per gioco la parte del suo vero padre deluso da tanta scapestrata giovinezza (un po’ come nel carnevale in cui il mondo è presentato alla rovescia e il povero ha la sua rivincita sul ricco).

Disconoscerà persino il ruolo del suo vero padre quando non resisterà alla tentazione di provarsi la corona del padre morente.

Enrico non sarà sincero nemmeno durante il suo periodo scellerato proprio perché indossa una maschera.

Enrico tradisce se stesso e la fantasia per la ragion di Stato.

La vocazione alla volgarità in Shakespeare compare anche nel Macbeth, dopo la scena dei festeggiamenti al castello per ospitare re Duncan:

“MACDUFF – Sei dunque andato a letto così tardi,

compare, da restare addormentato?

PORTIERE – S’è brindato, signore, in verità,

sino al secondo cantare del gallo;

ed il bere si sa, causa tre cose.

MACDUFF – E quali?

PORTIERE – Beh, signore: naso rosso,

gran voglia di dormire e pisciarella.

La lussuria la provoca e non la provoca;

perché ne provoca, bensì, la voglia,

ma ne impedisce poi l’esecuzione.

Si può dire perciò che il troppo vino

si diverta a imbrogliarla, la lussuria;

la fa e disfà, la tira su e l’abbatte,

l’eccita e la diseccita; la drizza,

e poi non sa più mantenerla su.

In conclusione a forza di imbrogliarla,

e, dopo averla bene sbugiardata,

la pianta in asso.”

Questa celebre scena su alcool e lussuria, oltre a riferimenti maliziosi, è la scena della verità del volgo in contrapposizione alle dissimulazioni dei castellani.

Sincerità e dissimulazione:  in altra opera shakespeariana, Amleto, sarà Ofelia a essere uno dei pochi personaggi senza maschere e la sua morte sarà oscena, nel senso etimologico di “fuori scena”; non assistiamo alla sua morte sul palcoscenico  ma notiamo la sua assenza nei discorsi dei presenti.

Assistiamo a un misto di oscenità, volgarità e linguaggio crudo come baluardi di sincerità.

Nel re Lear, la dolce Cordelia userà un linguaggio talmente scarno e crudo da perdere la sua porzione d’eredità, eppure le sue parole sono sincere:

“CORDELIA – Nulla, signore.

LEAR – Come, nulla!

CORDELIA – Nulla.

LEAR – Da nulla non può uscire nulla.

Su, parla ancora.

 CORDELIA – Infelice ch’io sono,

non so portare il cuore sulle labbra!

Amo vostra maestà, né più né meno.

che mi detta il mio vincolo di figlia.

 LEAR – Su, Cordelia, su, su,

correggi un poco questo tuo parlare,

se non vuoi rovinar le tue fortune.

 CORDELIA – Signore, voi m’avete generata,

allevata ed amata. Questi debiti

io vi ripago al lor giusto valore:

io vi obbedisco, vi amo e vi onoro

su ogni altra cosa al mondo.

Perché le mie sorelle hanno un marito,

se dicono di amare voi soltanto?

Io, se mi sposerò,

il mio signore con la stessa mano

che avrà preso la mia come mio pegno

porterà via con sé

anche metà dell’amor mio per voi,

delle mie cure e di tutto il mio debito

di figlia.. Certo non mi sposerò,

come professano le mie sorelle,

per riservare poi tutto l’amore,

solo a mio padre.

LEAR – Parli con il cuore?

CORDELIA – Con il cuore, mio buon signore, sì.

LEAR – Così giovane, e già così crudele?

CORDELIA – Così giovane, sì, e così sincera.”

La sincerità di Cordelia appare volgare (da volgo) in quanto nuda, cruda, senza artifizi; ella non conosce l’arte di persuadere con le parole, il famoso “oily speech” delle sorelle, ella dice le cose come stanno; appare volgare perché nel suo mondo solo il “fool” (il matto) sembra abilitato a mostrare le cose per quel che sono,  ad operare un “dis-velamento” che scopre ogni gioco e toglie ogni maschera .

Per questo Amleto adotterà la maschera del “fool”: per attuare, tramite smascheramenti  e giochi di parole la sua “trappola per topi” per catturare la coscienza dell’odiato zio  e re Claudio.

“AMLETO – Parole, parole, parole.

POLONIO – Di che è questione, signore?

AMLETO – Questione? Fra chi?

POLONIO – Volevo dire l’argomento,

l’argomento del libro che leggete.

AMLETO – Calunnie, signor mio.

Perché questa canaglia di satirico

scrive che i vecchi hanno la barba grigia,

la faccia scanalata dalle rughe

e gli occhi secernenti un certo umore

denso come la gomma di susino;

che abbondano di carestia di senno,

insieme a debolissimi garretti…

tutte cose di cui, signore mio,

per quanto possa io esser convinto

nella maniera più forte e potente,

non penso tuttavia che sia decenza

spiattellarle così; perché anche voi,

signore, avreste la mia stessa età,

se, simile ad un gambero,

poteste camminare a retromarcia.

 POLONIO – (A parte)

Questa è follia, se pure c’è del nesso.

(Forte)

Non vorreste, signore, passeggiare

al riparo dall’aria?

AMLETO – Dove, nella mia tomba?

POLONIO – (Ridendo)

Oh, questo sì,

sarebbe un vero cambiamento d’aria

(A parte)

Come sono pregnanti qualche volta

le sue risposte! Battute felici

in cui sovente imbrocca la pazzia,

e che né mente sana né ragione

saprebbero altrettanto bene esprimere…

Ora lo lascio, e vado a predisporre

come farlo incontrare con mia figlia.

(Forte)

Mio signore, da voi prendo congedo.

 AMLETO – Voi non sapreste prendermi, signore,

altra cosa da cui più volentieri

mi vorrei separare; tranne, è chiaro,

la mia vita, sì, tranne la mia vita.”

Da queste parole disvelatrici Amleto passa a ben altro linguaggio quando è in compagnia degli “amici” Rosencrantz e Guilderstern.

“AMLETO – Salve, miei buoni ed eccellenti amici!

Come va, Guildenstern? Eh, Rosencrantz?

Come state, ragazzi, come state?

ROSENCRANTZ – Da comuni rampolli della terra. 

GUILDENSTERN – Felici di non essere felici

oltre misura; non siamo il pennacchio

della berretta della dea Fortuna.

AMLETO – Né la suola di sotto ai suoi calzari?

ROSENCRANTZ – Nemmeno, monsignore.

AMLETO – Allora voi vivete alla sua cintola,

o in mezzo ai suoi favori

GUILDENSTERN – In intimità, sì, in fede mia.

 AMLETO – Ah, proprio addentro alle segrete parti,

della Fortuna?… Eh, già, è una baldracca.

Che nuove in giro?”

Qui non serve fare il “fool” disvelatore  e Amleto  soggiace volentieri  al gusto di divertirsi con le parole (come fanno i bambini), aggiungendoci discorsi a sfondo malizioso (malizia come componente di sincerità all’interno degli artifizi usuali dei discorsi degli adulti).

Divertimento diverso quello del cortigiano che si perde nelle parole per persuadere e per persuadersi come accade al consigliere Polonio, subito rimproverato dalla regina:

“POLONIO – Ecco dunque un affare ben concluso.

Mio sovrano e signora,

a disquisir sulla sovranità,

sui suoi doveri, perché il giorno è giorno,

la notte è notte, perché il tempo è tempo,

non sarebbe che perdere la notte

ed il giorno ed il tempo.

Perciò se è vero che la brevità

è l’anima del senno,

e il parlar troppo un fronzolo esteriore,

il mio discorso sarà molto breve.

Il vostro nobile figliolo è pazzo:

e dico “pazzo”, perché definire

in che consista ogni vera pazzia

ch’altro sarebbe, se non esser pazzi?

Ma via, lasciamo andare.

REGINA – Meno forma, Polonio, e più sostanza.“

Sostanza che sembra sfuggire alla vita di corte e che si trova invece nel volgo come vocazione ed educazione alla vita. Nel “plot” del Re Lear fa da “su-plot” la storia parallela di Gloucester e i suoi figli (Re Lear è infatti una tragedia familiare ad ampio raggio); Gloucester è cieco nel senso che non vede la sostanza e, paradossalmente, sarà proprio quando diverrà anche fisicamente cieco che, con l’aiuto del solito “fool”, comincerà finalmente a vedere, a capire e a parlare come il volgo.

A re Lear capiterà quando perderà tutto e impazzirà; e sarà proprio la follia, per l’appunto, ad aprirgli la via del volgo e della comprensione; e solo allora potrà rivedere la tanto amata (e ripudiata) Cordelia.

Sembra quasi che ci sia, neanche troppo sottinteso, un invito alla diffidenza verso chi non ami i piaceri della vita (e fonti complementari di conoscenza):

“CESARE – Intorno a me voglio solo vedere

gente grassottella  e ben lisciata,

e che dorma la notte. Troppo magro

e mingherlino  è Cassio e legge troppo:

tipi così sono pericolosi.

ANTONIO – Non temerlo, non è pericoloso.

È un nobile romano, e ben disposto.

CESARE – Vorrei fosse più in carne!

Non ch’io lo tema; ma se di qualcuno

dovesse aver paura il nome mio,

non so qual uomo scanserei più in fretta

di quel Cassio sparuto e allampanato.

Legge molto, è un acuto osservatore,

e al contrario di te,

scruta nel fondo le azioni degli uomini;

non ama nessun genere di ludi;

non gli piace la musica.

sorride raramente, e se sorride,

lo fa come ad irridere se stesso,

a farsi beffa del suo proprio spirito

per essersi concesso di sorridere

davanti a questa od a quest’altra cosa.

Individui così non hanno pace

finché si trovin davanti qualcuno

che s’elevi più in alto;

e quindi sono assai pericolosi.

Parlo naturalmente in generale,

voglio dire di quel ch’è da temere,

non perch’io tema, ch’io son sempre Cesare.

Passami a destra, ché da quest’orecchio

ci sento poco, e dimmi che ne pensi.”

Persino il troppo cervellotico Amleto (“Sia letargo bestiale o vile scrupolo a farci pensar troppo sulle cose /un pensare che, se diviso in quattro, è saggezza soltanto per un quarto e bassa codardia per gli altri tre”) non disdegna, da “fool”, il piacere dei discorsi osceni, soprattutto se pronunciati dinanzi alla pudicizia:

“AMLETO – Posso giacermi in seno a voi, signora?

OFELIA – No, questo no, signore.

AMLETO – La testa, intendo, sopra al vostro grembo.

OFELIA – Oh, questo sì, signore, accomodatevi.

AMLETO – Pensavate che avessi per la mente

pensieri da villano?

OFELIA – Non ho pensato a nulla, mio signore.

AMLETO – È un pensiero gentile dopotutto

sdraiarsi tra le gambe di ragazze”.

Amleto non disdice il piacere in se stesso e come fonte di conoscenza; disdice semmai qualsiasi eccesso e di qualsiasi tipo:

“AMLETO – Ma non vi basteran duemila anime

e ventimila ducati a sistemare

la pagliuzza di una questione simile!

Ecco il cancro prodotto negli Stati

dall’eccesso di pace e di benessere:

corrode dentro chi ce l’ha e l’uccide,

senza mostrare alcun segno all’esterno”.

 Oppure:

“AMLETO – Un’usanza, sì, purtroppo;

una di quelle usanze che, a mio genio,

con tutto ch’io sia nato in questa terra

e vi sia stato avvezzo dalla nascita,

sempre ho pensato fosse più decente

far cessare che praticare ancora.

Queste sfrenate, rozze gozzoviglie

fanno di noi la favola e il ludibrio

di tutti gli stranieri:

ci chiaman ubriaconi e porci,

e macchiano di brutti appellativi

il nostro nome; e, per la verità,

c’è di che sminuir le nostre imprese,

pur se condotte nel modo migliore,

ledendoci nel nerbo e nel midollo

della reputazione.

Ed è così che uomini di pregio,

a cagione di un vizio di natura,

che si sono portati dalla nascita

e del quale non hanno alcuna colpa,

poiché natura non fa distinzione

d’origine; o per l’eccessiva crescita

di qualche lor personale tendenza,

che abbatte quanti ostacoli e fortezze

possa loro frapporre la ragione;

o per certo lor abito di vita

che li porta ad esasperare al massimo

la forma di plausibili maniere,

è così, dico, che in questi individui,

segnati dell’impronta di un difetto

o da natura o da maligna stella,

tutte l’altre loro buone qualità,

per pure e limpide che possan essere

fino all’estremo della perfezione,

appaiono corrotte agli occhi altrui

per colpa di quell’unico difetto”.

La vocazione alla volgarità di Falstaff, citata all’inizio, fa parte dell’educazione ed è strumento di conoscenza. Il monito è semmai quello di non perdersi dentro queste benvenute vocazioni (e occorre pur averne); pena, come per il personaggio di Falstaff o come per Rosencrantz e Guilderstern nell’Amleto, il perdere la testa.

“AMLETO – Quei due, mio caro, ci avevan  fatto l’amore

con questa  lor missione.

Non li ho sulla coscienza.”

La vocazione alla volgarità, di volta in volta, appare in Shakespeare come uno strumento di svelamento, di crescita formativa e di conoscenza. Questa ” volgarità” si configura come uno dei momenti di rappresentazione del reale.

Essa è parte essenziale per vedere il mondo da un altro “punto di vista” e/o “prospettiva”; aiuta a vedere il mondo “con altri occhi” facendo propria la meraviglia tipica della fanciullezza e della filosofia.

L’uscita dalla caverna platonica è un esercizio a guardare con altri occhi, esercizio che l’Amleto shakespeariano, da grande regista qual è, farà suo di continuo.

Chi non si esercita, per Shakespeare, resta vincolato agli schemi e agli stereotipi; accade così per Polonio nell’Amleto, rappresentante del senso comune e della fede agli stereotipi; gli schemi di Polonio servono comunque ad Amleto per superare se stesso con i suoi molteplici esercizi sul punto di vista.

Gloucester nel re Lear sarà accecato per meglio vedere come accade a chi esce per la prima volta dalla già citata caverna platonica.

La grande letteratura non è codifica filosofica o psicanalitica ma esercizio puro di filosofia e psicanalisi.

Per un grande critico letterario americano, Harold Bloom, è Shakespeare lo scopritore della psicanalisi mentre Freud ne è solo il decodificatore; così per la filosofia.

Quasi subito dopo l’era shakespeariana, un filosofo olandese, Spinoza, inizia a riscrivere una tradizione filosofica occidentale che puntava tutto sul controllo volontaristico per rivedere il rapporto fra ragione e passione come “relazione reciproca”: sono entrambe strumenti di conoscenza che devono essere integrate per funzionare; esattamente come ci insegna a fare Amleto in Shakespeare.

Unica raccomandazione: avere delle passioni e non essere in uno stato in cui le passioni abbiano noi; questo implica “consapevolezza” della propria condizione emotiva; alla stessa maniera Amleto raccomanda contro ogni eccesso come abbiamo visto.

Anche in filosofia, quindi, s’inizia a vedere la ragione non più come controllo diretto sugli affetti e si propone una relativizzazione delle passioni. Grazie, quindi, alla “conoscenza” razionale delle cause oggettive che hanno prodotto le passioni è possibile trasformare le stesse passioni da condizioni passive di ricezione del mondo esterno, in stati attivi, ovvero in occasioni di crescita della propria identità.

Poco importa che Spinoza abbia elencato due passioni “negative”, la “speranza” e la “paura” come passioni d’attesa (anzi: di rimando secondo una mia personale rielaborazione) e non si sia spinto oltre sino a vederne l’immagine bifronte che ogni passione possiede; resta il fatto che si parli di ragione e passione in reciproca relazione come strumenti di conoscenza.

La conoscenza passa, per Shakespeare, attraverso l’esercizio costante del vedere “con altri occhi”; questo esercizio ci aiuta anche nel processo di dis-velamento del reale e di crescita formativa che ci permette di uscire dai pregiudizi.

Il celebre e istrionico “villain” Falstaff è esempio di questa totale apertura verso nuovi punti di vista anche se, per eccesso d’amore, si rifiuta di vedere re Enrico per quel che è.

E re Enrico resta ancorato alla sua decisione iniziale di disconoscere la sua gioventù scapestrata (e lo fa mentre è dentro tale condizione) perdendo la possibilità di vedere davvero con gli occhi del volgo proprio quando ne ha l’opportunità più che in ogni altro momento.

La grande letteratura anticipa la filosofia e ne svela le successive conquiste intellettuali.

“Il resto è silenzio”.

(Riproduzione riservata)

Nota: Le traduzioni dei passi Shakespeariani sono prese in larga parte dagli ebook on line “Liber Liber” in quanto più affini, secondo il giudizio dell’autrice, allo spirito originale; in alcune particolari frasi, invece, si è utilizzata la traduzione dell’autrice stessa.