Il burlesque è arte?

di Paolo Bianchi

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Ci sono parole che nei secoli e nei millenni restano invariate, ma muta radicalmente la loro accezione: una di questa è la parola arte.

Se, all’epoca in cui il poeta era davvero vate dei popoli e il poema epico era importante quanto i successivi testi sacri delle religioni abramitiche, il termine arte stava a significare la capacità tecnica realizzativa, in questa epoca odierna – definita dai grandi filosofi viventi, Severino su tutti, età della tecnica – arte diventa, per differenza e contrasto, parola amica alla poesia, alla sublimazione, alla magica evocazione.

Alla luce di questo, chiediamoci: è possibile considerare il burlesque un’arte? E se sì, quando?

Il burlesque nasce come fenomeno sostanzialmente progressista: intrattenimento delle classi minori che irridono le classi aristocratiche. Ad una aristocrazia materiale, economica, dinastica, si oppone una aristocrazia di altro genere: non nobile, ma ironica, irriverente, sensuale e bisognosa di evasione, quindi di arte.
Potremmo parlare di aristocrazia culturale, ma non nel senso volgare di élite culturale, quanto piuttosto nel senso di una aristocrazia dello spirito piuttosto che della materia. Questa differenza e opposizione con l’intrattenimento delle classi più abbienti si riflette in tutte le molteplici sfaccettature del burlesque: alla perfezione fisica della diva eterea e irraggiungibile si oppone l’efficacia della seduzione, alla bellissima snob si sostituisce la bona e simpatica (nel senso greco antico: sun pathos: sentire, soffrire ed emozionarsi insieme), a Venere e ad Apollo, principi di bellezza armonica e canonica, si oppone l’ancestrale, primitiva e devastante potenza di Eros, quale ingovernabile attrazione e irrefrenabile passione.

Paolo Bianchi - Presidente del Salotto Erotico Italiano

Paolo Bianchi 

Il burlesque è quindi, sin dalle sue origini e sin dalla linfa delle sue radici prime, evocazione, sublimazione, è quel tentativo di porsi “altrove” rispetto agli spesso piccoli e poveri palchi che lo ospitava e lo ospita ancora oggi. L’arte è tale se non coincide con la rappresentazione e non è lì dove quest’ultima banalmente si svolge.

Tornando brevemente alle considerazioni di natura sociale: qui la questione va a braccetto con la progressiva, lenta ma determinata sostituzione che nei secoli ha fatto fuori l’aristocrazia a vantaggio della borghesia. Una borghesia molto diversa da ciò che chiamiamo oggi borghesia, ma non è certo la sede per approfondire questo punto.

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Si può quindi parlare di burlesque come vera arte, sì, ma lo si può fare solo quando le performer – anzi, le artiste! – riescono a condurti altrove senza bisogno che tu chiuda gli occhi. Questa finalità rende molto rilevante, tra le altre cose, la struttura narrativa dell’act rappresentato, la convinzione espressiva della performer e, pure nella classica ironia del genere, quel sospeso, quella leggerezza che pone lo spettatore laggiù dove solo l’arte può condurre.

Ma come possiamo, noi pubblico, comprendere davvero se il luogo dove l’artista ci ha condotti è testimonianza della realizzazione del miracolo artistico? Non è sempre facile, ma possiamo tentare di porre dei punti fermi: quel luogo, che è naturalmente distante e diverso da questo mondo materiale qui, si caratterizza per essere più onirico dei nostri quotidiani sogni, lì non vige il principio di non contraddizione e le più impressionanti inconvivenze possono invece coesistere armonicamente come i petali di uno stesso fiore.

Se, in conclusione, mi ritrovo dove si sogna come sogna un bambino, dove mi diverto come si diverte un fanciullo e dove anche mi eccito come si eccita un adulto, allora mi trovo dove solo l’arte può condurmi e l’arte che potenzialmente può compiere al meglio questo specifico intreccio di miracoli, che può armonizzare queste precise pulsione e questi esatti istinti è l’arte del burlesque.

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