Burlesque: quando una performer è artista?

di Paolo Bianchi

In un recente articolo abbiamo spiegato il perché, a nostro parere, il burlesque possa considerarsi un’arte. Ci chiediamo quindi ora: quando una perfomer burlesque può effettivamente considerarsi un’artista?

Naturalmente i tratti necessari che la performer deve possedere sono molti: creatività, talento, fede nel proprio essere artista, ma uno di questo – forse il più importante – è l’originalità: inevitabile frutto dell’attingere da sé, che è ciò che distingue una semplice esecutrice e performer da una vera e propria artista.

Il tema dell’originalità, dunque, è fondamentale e lo dimostra anche il fatto che tutti i più importanti festival del mondo, compreso l’italiano Caput Mundi International Burlesque Award, considerino come elemento primo di selezione – che viene molto prima, ad esempio, della bellezza estetica della performer – l’originalità dell’act da rappresentare.

A tale proposito la stessa Albadoro Gala afferma e annuncia: “Lo scorso anno per il Caput Mundi abbiamo avuto oltre duecento iscrizioni, che significa quattrocento video da selezionare, la prima scrematura infatti non viene fatta da me –sarebbe impossibile – ma da miei collaboratori e ciò che valutano non è già la bellezza o la bravura, ma l’originalità dell’act. Se è qualcosa di già visto viene immediatamente scartato. A me non arrivano neanche questi video scartati, che sono circa la metà del totale di quelli che pervenuti” – e aggiunge – “Il Caput Mudi non è più solo un festival, ma anche un blog e un punto di riferimento per chi è interessato al burlesque. Stiamo inoltre lanciando un nuovo servizio con una duplice funzione: tutelare legalmente le performer circa la paternità e le royalties dei numeri di loro creazione, stiamo creando anche una app che consiste in un agile database contente act, parole chiave e performer e che sarà utile a tutte ad evitare plagi inconsapevoli”

Esistono del classici del sistema di immagini del burlesque: la cosiddetta balloon dance, di incerte origini: si entra vestite di palloncini che si fanno via via scoppiare mostrando così gradualmente le parti nude, la cui più celebre interprete è la provocatoria, formosa e irriverente Dirty Martini; c’è poi la fan dance, la danza col ventaglio, molto legata all’eleganza antica e eterna di Sally Rand.

Poi c’è il classico del classici, il classico talmente tale da essere noto anche a chi non si interessa particolarmente al burlesque: la coppa, che sia di champagne, di Martini o di assenzio. La coppa è oggi identificata soprattutto con la star internazionale Dita von Teese, per chi si interessa maggiormente all’universo burlesque è facile anche il collegamento con Catrine D’Lish, ma immagini antiche e in bianco e nero ci svelano che, in realtà, quella della donnina nella coppa o nel bicchiere è icona da molto molto tempo, è quindi un classico autentico e in quanto tale sganciato da una performer in particolare. Diventa, anzi, in quanto classico, un qualcosa con il quale ogni vera e grande artista dovrebbe confrontarsi, cercando anche qui di rendere la propria personale versione, attingendo da se stessa, come detto.

Così come i grandi attori di teatro sono chiamati, prima o dopo, a confrontarsi con Shakespeare o a leggere i più noti canti della Divina Commedia o le più celebri poesie del Leopardi, così la grande artista di burlesque oltre a inventare qualcosa di propriamente ed esclusivamente suo può e forse deve darsi alla coppa e agli altri generi di act intramontabili. Non si tratta, naturalmente, di riproporre degli act copiati, così come se si riproponesse il Butthoven’s 5th Symphony di Michelle L’amour: questo non sarebbe altro che volgare plagio; si tratta invece di trovare il modo per richiamare un modello, un paradigma scenico – e non un act caratteristico di una sola performer – e ritagliarselo addosso su misura, sul proprio personaggio, facendo leva proprio sulle caratteristiche peculiari.

In questo, come accennato, si fa rilevante il ruolo dei festival internazionali e quel piccolo monito presente sui bandi per partecipare, quel “be original” che è tentativo, se non garanzia, di tutela del burlesque stesso come espressione artistica.

(Riproduzione riservata)