La dea Venere sumerica (Inana) ed assiro-babilonese (Ishtar): l’attrazione degli opposti

di Pietro Mander

Il prof. Pietro Mander in una pausa dallo studio

Il prof. Pietro Mander in una pausa dallo studio

Pietro Mander, nato a Roma il 12 aprile del 1946, figlio di Francesco, direttore d’orchestra e di Anna Maria Matteoda pianista, ha conseguito la maturità classica al liceo Giulio Cesare di Roma nel 1964 e si è laureato alla Sapienza nel 1974 con una tesi su testi cuneiformi ittiti. Vincitore di borsa di studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche e poi Ricercatore, ha lavorato alla Sapienza presso l’Istituto del Vicino Oriente Antico, collaborando alle ricerche del Prof. Giovanni Pettinato, titolare della cattedra di Assiriologia. Nel 1992, fino al pensionamento, nel 2011, ha insegnato presso l’Istituto Orientale di Napoli (poi: Università di Napoli “l’Orientale”) prima “Religioni del Vicino Oriente Antico” e poi, dal 1998, “Assiriologia”. Oltre ad aver pubblicato oltre 130 titoli, fra monografie, articoli e voci d’enciclopedia, è intervenuto nella pubblicistica divulgativa. Suo interesse primario è lo studio del fenomeno religioso, considerato nei suoi aspetti culturali più ampi. Ricordiamo:

  1. I Sumeri, Carocci editore, le bussole 284, Roma 2007
  2. Les dieux et le culte à Ébla, in: del Olmo Lete G. (ed.), Mythologie et Religion des Sémites Occidentaux. Vol. I: Ebla, Mari. Orientalia Lovaniensia Analecta 162, Peeters Publishers, Leuven 2008, pp. 1-161.
  3. La religione dell’antica Mesopotamia, Carocci, Quality paperbacks 290, Roma 2009

e insieme a

  1. Luciano Albanese, La teurgia nel mondo antico, ECIG, Genova 21011
  2. Loredana Sist, Introduzione alle scienze nel Vicino Oriente Antico, Studi superiori, Carocci, Roma 2014

Prima dell’alba può capitare di vedere un astro luminosissimo, che, procedendo proprio su quello che sarà il percorso del sole – gli astronomi lo chiamano eclittica – sembra annunciarne l’incipiente splendore: sembra vibrare di furore guerriero, mentre sale baldanzoso nel cielo notturno, che comincia appena appena a rischiararsi ad oriente. Dopo il tramonto, invece, in altri giorni, lo stesso luminosissimo astro sembra chiudere la giornata, come una retroguardia della luce nella notte incombente, che si chiude dopo di lei.

È lei – o forse lui, ora vedremo –: l’astro del pianeta Venere, che era identificato dai Sumeri con la dea Inana e dagli Assiro-babilonesi con la dea Ishtar. Erano due, le Ishtar: quella del mattino era la “Ishtar barbata”, a sottolinearne l’aspetto attivo, di avanguardia del sole nel mettere in fuga le tenebre; l’altra era propriamente femminile. Lucifero ed Espero.

Ma questi sono dettagli: il paradigma che emerge da queste facili osservazioni stellari è la funzione di un astro, il più splendente di tutti, posto fra luce e tenebre, quasi un ponte fra le due realtà opposte.

E difatti, i sacerdoti della dea – i gala (Sumerico) / kalû (Assiro-babilonese) – vestivano abiti femminili pur essendo uomini, e cantavano lamentazioni in modalità propria delle donne, allorché erano richiesti per riti purificatori o per pacificare altre divinità irate. Maschio e femmina. Puro ed impuro. Pace ed ira: la dea ha sempre operato per congiungere gli opposti, passando da uno all’altro; ma la congiunzione avviene per attrazione, e questa è la peculiarità della dea.

Quando il demiurgo mette in ordine l’universo, affidandone i singoli settori alle varie divinità, Inana è esclusa, e si ribella; in un altro mito, lei seduce il demiurgo e gli trafuga le essenze cosmiche che danno il controllo del vivere civile [1].

La dea Inana. Fra le sue ali spuntano i raggi luminosi. Tiene un felino, suo simbolo, ed una mazza da guerra. In alto a destra il sole

La dea Inana. Fra le sue ali spuntano i raggi luminosi. Tiene un felino, suo simbolo, ed una mazza da guerra. In alto a destra il sole

La dea Inana / Ishtar è protagonista del complesso mitologico e rituale costituito dall’insieme dei canti sulla vicenda del suo amore per il pastore Dumuzi / Tammuz. Questi, dopo le nozze con la dea stessa, fu trascinato agli inferi dai demoni [2]. In un altro mito, di cui sono note due versioni, una sumerica e l’altra assiro-babilonese, la stessa dea Inana / Ishtar rimane intrappolata negli inferi, da cui esce fortunosamente.

Si è voluto vedere in questo complesso mitico-rituale la versione mesopotamica di un mito di fertilità, in quanto la rinascita primaverile della vegetazione sarebbe stata rappresentata dal risorgere di Dumuzi / Tammuz dagli inferi, così come da quello di Inana / Ishtar nell’altro mito.

In realtà Dumuzi / Tammuz non è mai detto risalire dagli inferi, se non occasionalmente, per catturare gli spettri che proprio dagli inferi fossero evasi. L’aspetto che invece è dominante riguarda l’identificazione del re con Dumuzi / Tammuz – almeno in certe epoche, le più antiche – durante i riti dello hieros gamos, le nozze sacre. In esse il re si congiungeva alla dea, ricalcando il tema mitico, e, grazie a quest’unione, era in grado di convogliare in terra, nel suo regno, la benefica forza divina che gli era discesa da Inana / Ishtar. Effetto di tale irradiazione sarà l’abbondanza e il benessere di tutto il regno.

Non sappiamo come si svolgessero questi rituali: se il re si limitasse a dormire nel tempio della dea, o se si congiungesse effettivamente con una sua sacerdotessa, o se lo facesse solo ritualmente con una statua che la rappresentasse.

Notevolmente esiste tutt’oggi un rituale, detto daijōsai, abbastanza simile, celebrato nel palazzo imperiale giapponese nell’ambito dei rituali di consacrazione del nuovo imperatore. Il rituale è mirato ad assicurare abbondanti raccolti di riso. Jerrold S. Cooper, un eminente assiriologo americano, cercò informazioni, proprio mentre studiava questi riti sumerici; era il 1989 e Akihito succedeva sul trono imperiale al padre Hiro Hito. Ebbene, l’Agenzia Imperiale non rilasciò particolari. Commentando questo riserbo, Cooper osservò che, se non era possibile reperire informazioni su un rituale del 1989, non avremmo dovuto sorprenderci se non fossimo riusciti ad ottenerne su rituali consimili celebrati nel III millennio a. C.! [3]

Non di mito di fertilità si tratta, quindi, ma di ritualità connessa alla funzione regale, ovvero della funzione “pontificale” del sovrano, in quanto “ponte” fra il Cielo degli dèi, di cui fa parte Inana / Ishtar, ed il mondo degli uomini, di cui egli, in quanto re consacrato, rappresenta la cuspide.

Nuovamente abbiamo qui la dea quale intermediaria capace di unire con l’attrazione due domini diversi: quello divino e quello umano.

In questo senso è corretta la concezione che vede nel complesso mitico-rituale di Inana / Ishtar e Dumuzi / Tammuz l’antesignano di un percorso relativo alla concezione di un’anima immortale, protesa alla risalita verso quel Cielo divino da cui è caduta nel mondo della generazione e del divenire [4]. Lo stesso percorso che passò per i Misteri, come quello di Eleusi, per giungere alle concezioni dell’anima caduta nel mondo corporeo, opera di un creatore malvagio. Apice di questo percorso fu la Gnosi nella tarda Antichità.

Infatti il re nell’antica Mesopotamia rappresenta il prototipo di uomo realizzato, capace di congiungersi col Divino: non a caso, in epoca sumerica, abbiamo testimonianze di sovrani tramutatisi in astri dopo la morte.

Coerentemente, la natura umana riflette questa concezione. Ogni persona viene al mondo generato – prima che dai suoi genitori umani – da un dio ed una dea particolari; questa dea, chiamata ištaritu (nome composto con “Ishtar”) esprime le caratteristiche della persona, le sue inclinazioni individuali [5]. In questo senso funge da unione tra il principio maschile divino (paragonabile al nostro Angelo Custode) e le componenti animiche e corporee della persona.

La dea Inana / Ishtar riceve un'offerta (libagione) da un devoto.

La dea Inana / Ishtar riceve un’offerta (libagione) da un devoto

Può sorprenderci, ma la dea Inana / Ishtar era cantata ed esaltata come “la grande prostituta”. Sappiamo che esisteva una classe di sacerdotesse ierodule, ma siamo all’oscuro di come si svolgessero i rituali in cui erano impegnate. Devono essere ben tenute distinte dalle prostitute “commerciali”, in quanto la loro funzione era nettamente sacrale. Forse qualcosa di simile doveva esserci nel recinto del tempio etrusco di Pyrgi, l’attuale Santa Severa, nel comune di Santa Marinella, in provincia di Roma; d’altronde la prostituzione sacra è ben testimoniata in India, ancora ai giorni nostri, soprattutto nel Tantra. L’indirizzamento della forza sessuale verso il Divino, deviandola dalla sua meta fisiologica, è pratica comune a molte culture, antiche e moderne.

E, a proposito di un non menzionato orgasmo, chiudo questo intervento ricordando l’ebbrezza. Anche questa rientra nell’ambito di Inana / Ishtar, sia l’ebbrezza alcolica sia quella guerriera [6].

Ci sono pervenuti canti che esprimono il lato sacrale del mestiere del birraio, e in essi risulta dominante il ruolo di Inana: infatti essa lega tra loro due diversi stati di coscienza, quello dell’ebbro e quello del sobrio.

Ugualmente ad Inana / Ishtar spetta il ruolo guerriero – si pensi alla “Ishtar barbata” – per via del furor, lo stato psichico che s’impossessa del combattente. Non a caso, nell’antica Roma, dove questa realtà era conosciuta bene, non potevano entrare in armi nella città le legioni reduci dalle campagne militari.


[1] P. Mander, I Sumeri, 117-118, 133; La religione dell’antica Mesopotamia, 74-76

[2] La traduzione di questi canti, accompagnata da un saggio esplicativo, è pubblicata in: P. Mander, Canti sumerici di amore e morte, Paideia, Brescia 2005.

[3] Cfr. Mander, Canti sumerici, cit. p. 37

[4] Ugo Bianchi, Selected Essays on Gnosticism, Dualism and Mysteriosophy, Brill, Leiden 1978: 154-171.

[5] Mander, La religione, cit., pp. 62-65

[6] P. Mander, Joy and Exhilaration in the Literary Texts from Mesopotamia. MING QING YANJIU (2003-2004), pp. 253-269 (formato .pdf in academia.edu)